Traduzione di Paragrafo 2, Libro 3 di Livio

Versione originale in latino


Q. Servilius insequenti anno - is enim cum Sp. Postumio consul fuit - in Aequos missus in Latino agro stativa habuit. Quies necessaria morbo implicitum exercitum tenuit. Extractum in tertium annum bellum est Q. Fabio et T. Quinctio consulibus. Fabio extra ordinem, quia is victor pacem Aequis dederat, ea provincia data. Qui haud dubia spe profectus famam nominis sui pacaturam Aequos, legatos in concilium gentis missos nuntiare iussit Q. Fabium consulem dicere se ex Aequis pacem Romam tulisse, ab Roma Aequis bellum adferre eadem dextera armata quam pacatam illis antea dederat. Quorum id perfidia et periurio fiat, deos nunc testes esse, mox fore ultores. Se tamen, utcumque sit, etiam nunc paenitere sua sponte Aequos quam pati hostilia malle. Si paeniteat, tutum receptum ad expertam clementiam fore: sin periurio gaudeant, dis magis iratis quam hostibus gesturos bellum. Haec dicta adeo nihil moverunt quemquam ut legati prope violati sint exercitusque in Algidum adversus Romanos missus. Quae ubi Romam sunt nuntiata, indignitas rei magis quam periculum consulem alterum ab urbe excivit. Ita duo consulares exercitus ad hostem accessere acie instructa ut confestim dimicarent. Sed cum forte haud multum diei superesset, unus ab statione hostium exclamat: 'Ostentare hoc est, Romani, non gerere bellum. In noctem imminentem aciem instruitis; longiore luce ad id certamen quod instat nobis opus est. Crastino die oriente sole redite in aciem; erit copia pugnandi; ne timete.' His vocibus inritatus miles in diem posterum in castra reducitur, longam venire noctem ratus quae moram certamini faceret. Tum quidem corpora cibo somnoque curant; ubi inluxit postero die, prior aliquanto constitit Romana acies; tandem et Aequi processere. Proelium fuit utrimque vehemens, quod et Romanus ira odioque pugnabat et Aequos conscientia contracti culpa periculi et desperatio futurae sibi postea fidei ultima audere et experiri cogebat. Non tamen sustinuere aciem Romanam Aequi; pulsique cum in fines suos se recepissent, nihilo inclinatioribus ad pacem animis ferox multitudo increpare duces quod in aciem, qua pugnandi arte Romanus excellat, commissa res sit; Aequos populationibus incursionibusque meliores esse et multas passim manus quam magnam molem unius exercitus rectius bella gerere.

Traduzione all'italiano


Quinto Servilio, inviato l'anno successivo contro gli Equi - era infatti console insieme a Spurio Postumio - pose un accampamento permanente in terra latina, dove una pestilenza costrinse l'esercito a una sosta forzata. Quando diventarono consoli Quinto Fabio e Tito Quinzio la guerra entrava nel suo terzo anno. L'incarico di condurla venne affidato in via del tutto straordinaria a Fabio, in quanto era stato proprio lui a concedere la pace agli Equi dopo averli vinti. Partito con la precisa convinzione che la fama legata al suo nome avrebbe placato gli Equi, ordinò agli ambasciatori inviati all'assemblea di quel popolo di riferire questo messaggio: il console Quinto Fabio mandava a dire che, dopo aver portato la pace dagli Equi a Roma, ora portava la guerra da Roma agli Equi con quella stessa mano - adesso armata - che prima era stata tesa loro in segno di amicizia. Ciò accadeva per la loro malafede e la loro perfidia: gli dèi ne erano adesso i testimoni e presto ne sarebbero stati i vendicatori. Quanto a lui, comunque fosse andata la cosa, preferiva che gli Equi si pentissero adesso piuttosto che costringerli a subire un trattamento da nemici. Se si fossero pentiti, avrebbero potuto trovare un rifugio sicuro nella clemenza romana già precedentemente sperimentata. Se invece avessero continuato a compiacersi della propria malafede, si sarebbero trovati a combattere l'ira degli dèi ancor più che i nemici. Queste parole ebbero così scarsa presa sui presenti che gli ambasciatori vennero quasi malmenati e l'esercito inviato sull'Algido per affrontare i Romani. Quando queste cose furono annunciate a Roma, l'oltraggio, più che l'effettivo pericolo, fece uscire dalla città l'altro console. Così due eserciti consolari schierati in ordine di battaglia marciavano alla volta del nemico con lo scopo di affrontarlo sùbito. Ma dato che per caso stava già quasi per fare buio, dalla postazione dei nemici ci fu uno che gridò: "Questo, o Romani, è un'esibizione che non ha nulla a che vedere con la guerra vera e propria. Vi siete messi in ordine di battaglia con la notte alle porte: ma per uno scontro come quello che si annuncia abbiamo bisogno di più ore di luce. Tornate a schierarvi domattina all'alba. Occasioni per combattere ce ne saranno a migliaia, non temete." Irritati da queste parole, i soldati vengono ricondotti al campo nell'attesa del giorno successivo, con in mente l'idea che la notte imminente - destinata a fare da preambolo alla battaglia - sarebbe stata molto lunga. Intanto si ristorarono con cibo e sonno. Quando apparve l'alba del giorno successivo, l'esercito romano si schierò in ordine di battaglia con un buon anticipo. Alla fine si fecero vedere anche gli Equi. Si combatté accanitamente da entrambe le parti: i Romani si buttarono nella mischia con la forza dell'odio e della rabbia; quanto agli Equi, erano costretti a tentare il tutto per tutto, sapendo di esser responsabili del pericolo in cui si trovavano ed essendo quasi certi che in futuro nessuno avrebbe prestato loro fede. Tuttavia gli Equi non riuscirono a sostenere l'attacco romano. E, dopo essersi ritirata nel proprio territorio in séguito alla sconfitta, la moltitudine bellicosa e per niente incline alla pace se la prese con i comandanti rinfacciando loro di aver accettato la battaglia in campo aperto nella quale i Romani eccellevano; invece gli Equi erano più portati alle scorrerie e alle razzie e molte unità sparse avrebbero condotto la guerra meglio che non la mole ingombrante di un solo esercito.