Traduzione di Paragrafo 16, Libro 3 di Livio

Versione originale in latino


Dilucere res magis patribus atque consulibus. Praeter ea tamen quae denuntiabantur, ne Veientium neu Sabinorum id consilium esset timere et, cum tantum in urbe hostium esset, mox Sabinae Etruscaeque legiones ex composito adessent, tum aeterni hostes, Volsci et Aequi, non ad populandos, ut ante, fines sed ad urbem ut ex parte captam venirent. Multi et varii timores; inter ceteros eminebat terror servilis ne suus cuique domi hostis esset, cui nec credere nec non credendo, ne infestior fieret, fidem abrogare satis erat tutum; vixque concordia sisti videbatur posse. Tantum superantibus aliis ac mergentibus malis nemo tribunos aut plebem timebat; mansuetum id malum et per aliorum quietem malorum semper exoriens tum quiesse peregrino terrore sopitum videbatur. Ad id prope unum maxime inclinatis rebus incubuit. Tantus enim tribunos furor tenuit ut non bellum, sed vanam imaginem belli ad avertendos ab legis cura plebis animos Capitolium insedisse contenderent; patriciorum hospites clientesque si perlata lege frustra tumultuatos esse se sentiant, maiore quam venerint silentio abituros. Concilium inde legis perferendae habere, avocato populo ab armis. Senatum interim consules habent, alio se maiore ab tribunis metu ostendente quam quem nocturnus hostis intulerat.

Traduzione all'italiano


La situazione divenne così più chiara per i senatori e i consoli. Oltre a tutto ciò che incombeva minacciosamente sul paese, essi temevano che si trattasse di un'iniziativa dei Veienti o dei Sabini, e che, con tutti quei nemici in città, le truppe etrusche e sabine potessero arrivare da un momento all'altro, a compimento di un piano preordinato; o ancora che i nemici di sempre, Volsci ed Equi, si rifacessero vivi, non più come prima solo per saccheggiare le campagne romane, ma spingendosi fino a Roma, considerata ormai quasi conquistata. Molteplici e diversi erano quindi i motivi di forte apprensione. Tra tutti spiccava però per intensità quello suscitato dal problema degli schiavi: ognuno sospettava di avere un nemico in casa, di cui non era sicuro continuare a fidarsi; e d'altronde, togliendogli la fiducia, c'era il rischio di accrescerne l'ostilità. Sembrava che neppure con la concordia si sarebbe potuto rimediare alle difficoltà. Le disgrazie del momento superavano e offuscavano tutto il resto in maniera così netta che ormai nessuno temeva più i tribuni e la plebe: questo male minore, sempre pronto a saltar fuori tra una disgrazia e l'altra, ora sembrava essere stato placato dal terrore seguito all'attacco straniero. E invece fu proprio questo annoso problema a farsi sentire in quei momenti critici: infatti i tribuni arrivarono a un punto tale di dissennata esaltazione da sostenere che il Campidoglio non era stato oggetto di un vero e proprio attacco militare, ma di una finta guerra inscenata per distogliere gli animi della plebe dal pensiero fisso della legge. Se la legge fosse passata, gli amici e i clienti dei patrizi si sarebbero resi conto dell'inutilità di quella messinscena e se ne sarebbero ritornati a casa ancora più silenziosamente di come erano venuti. Perciò, dopo aver richiamato il popolo sottraendolo agli obblighi militari, convocarono un'assemblea con l'intento di far approvare la legge. Nel frattempo i consoli, certo più preoccupati dalle mosse dei tribuni che non dall'attacco notturno dei nemici, tennero una seduta del senato.