Traduzione di Paragrafo 7, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Ita cum pugnatum esset, tantus terror Tarquinium atque Etruscos incessit ut omissa inrita re nocte ambo exercitus, Veiens Tarquiniensisque, suas quisque abirent domos. Adiciunt miracula huic pugnae: silentio proximae noctis ex silva Arsia ingentem editam vocem; Silvani vocem eam creditam; haec dicta: uno plus Tuscorum cecidisse in acie; vincere bello Romanum. Ita certe inde abiere, Romani ut victores, Etrusci pro victis; nam postquam inluxit nec quisquam hostium in conspectu erat, P. Valerius consul spolia legit triumphansque inde Romam rediit. Collegae funus quanto tum potuit apparatu fecit; sed multo maius morti decus publica fuit maestitia, eo ante omnia insignis quia matronae annum ut parentem eum luxerunt, quod tam acer ultor violatae pudicitiae fuisset. Consuli deinde qui superfuerat, ut sunt mutabiles volgi animi, ex favore non invidia modo sed suspicio etiam cum atroci crimine orta. Regnum eum adfectare fama ferebat, quia nec collegam subrogauerat in locum Bruti et aedificabat in summa Velia: ibi alto atque munito loco arcem inexpugnabilem fieri. Haec dicta volgo creditaque cum indignitate angerent consulis animum, vocato ad concilium populo submissis fascibus in contionem escendit. Gratum multitudini spectaculum fuit, submissa sibi esse imperii insignia confessionemque factam populi quam consulis maiestatem vimque maiorem esse. Ibi audire iussis consul laudare fortunam collegae, quod liberata patria, in summo honore, pro re publica dimicans, matura gloria necdum se vertente in invidiam, mortem occubvisset: se superstitem gloriae suae ad crimen atque invidiam superesse; ex liberatore patriae ad Aquilios se Vitelliosque recidisse. "Nunquamne ergo" inquit, "ulla adeo vobis spectata virtus erit, ut suspicione violari nequeat? Ego me, illum acerrimum regum hostem, ipsum cupiditatis regni crimen subiturum timerem? Ego si in ipsa arce Capitolioque habitarem, metui me crederem posse a civibus meis? Tam levi momento mea apud vos fama pendet? Adeone est fundata leviter fides ut ubi sim quam qui sim magis referat? Non obstabunt Publi Valeri aedes libertati vestrae, Quirites; tuta erit vobis Velia; deferam non in planum modo aedes sed colli etiam subiciam, ut vos supra suspectum me civem habitetis; in Velia aedificent quibus melius quam P. Valerio creditur libertas." Delata confestim materia omnis infra Veliam et, ubi nunc Vicae Potae est, domus in infimo clivo aedificata.

Traduzione all'italiano


Nonostante l’andamento incerto della battaglia, Tarquinio e gli Etruschi furono presi da un panico tale che abbandonarono l’impresa senza portarla a compimento e quella stessa notte entrambi gli eserciti, il veiente e il tarquiniense, se ne tornarono nei loro paesi. Il racconto di questa battaglia contiene anche del prodigioso: nel silenzio della notte successiva pare si sia sentita una voce proveniente dalla selva Arsia e identificata con quella del dio Silvano, la quale avrebbe detto: “Gli Etruschi hanno perso un uomo in più in battaglia, quindi la vittoria della guerra va ai Romani.” A ogni modo i Romani se ne andarono da vincitori, gli Etruschi da vinti. Infatti, quando alle prime luci del giorno non ci fu più l’ombra di un nemico in vista, il console Publio Valerio raccolse le spoglie e fece rientro a Roma in trionfo. Celebrò il funerale del collega nella maniera più sontuosa possibile per l’epoca. Quel che però fu ben più clamoroso per la sua memoria fu il lutto civile e, all’interno di esso, il fatto che le donne di Roma lo piansero per un anno, come se fosse stato un padre, per l’accanimento che aveva mostrato nel vendicare l’oltraggio alla castità femminile. In séguito, il console sopravvissuto alla battaglia, vittima della volubilità del volgo, vide crollare la propria popolarità nell’avversione e fu oggetto di sospetti e accuse abominevoli. Si vociferava che aspirasse a diventare re perché non aveva sostituito Bruto con un un nuovo collega e perché si stava facendo costruire una casa in cima alla Velia, una collina naturalmente fortificata che, così si diceva, sarebbe diventata per lui una rocca inespugnabile. Queste calunnie del popolino, cui si dava credito nonostante fossero infondate, esacerbarono il console che, convocata un’assemblea generale, salì sulla tribuna dopo aver fatto abbassare i fasci. Per la gente fu uno spettacolo graditissimo vedere abbassati davanti a lei i simboli del potere, a indicare esplicitamente che la maestà e l’autorità del popolo erano superiori a quelle del console. Quindi, dopo aver richiesto l’attenzione dell’uditorio, il console lodò la buona sorte del collega che, dopo aver liberato la patria ed esserne assurto ai sommi onori, era morto in battaglia per la repubblica, nel pieno della gloria e prima che questa potesse degenerare in impopolarità. Lui, sopravvivendo alla sua stessa gloria, adesso passava da una calunnia all’altra e da liberatore della patria era stato declassato al rango degli Aquili e dei Vitelli. “Sarà dunque mai possibile che con voi la virtù non finisca nel fango dell’oltraggio? Dovrei temere di essere accusato di aspirare al trono io, il nemico più acerrimo della monarchia? Anche se andassi ad abitare addirittura sulla rocca del Campidoglio, dovrei credere di incutere timore nei miei concittadini? Possibile che una banalità del genere riesca a rovinare la mia reputazione presso di voi? La vostra fiducia poggia su fondamenti così fragili che la collocazione della mia casa conta di più della mia persona? E sia: la casa di Publio Valerio non sarà una minaccia alla vostra libertà, o Quiriti: non abbiate paura per la Velia. Mi sposterò in pianura, anzi no, ai piedi di un colle in modo di abitare sotto di voi visto che sono un cittadino sospetto. Sulla Velia ci costruisca chi può dare maggiore affidamento per la libertà di quanto non ne offra Publio Valerio.” Fece subio spostare tutti i materiali tra la Velia e il punto dove oggi sorge il tempio di Vica Pota e lì, ai piedi del pendio, venne costruita la casa.