Traduzione di Paragrafo 58, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Tum primum tributis comitiis creati tribuni sunt. Numero etiam additos tres, perinde ac duo antea fuerint, Piso auctor est. Nominat quoque tribunos, Cn. Siccium, L. Numitorium, M. Duillium, Sp. Icilium, L. Maecilium. Volscum Aequicumque inter seditionem Romanam est bellum coortum. Vastaverant agros ut si qua secessio plebis fieret ad se receptum haberet; compositis deinde rebus castra retro movere. Ap. Claudius in Volscos missus, Quinctio Aequi provincia evenit. Eadem in militia saevitia Appi quae domi esse, liberior quod sine tribuniciis vinculis erat. Odisse plebem plus quam paterno odio: se victum ab ea; se unico consule electo adversus tribuniciam potestatem perlatam legem esse, quam minore conatu, nequaquam tanta patrum spe, priores impedierint consules. Haec ira indignatioque ferocem animum ad vexandum saevo imperio exercitum stimulabat. Nec ulla vi domari poterat; tantum certamen animis imbiberant. Segniter, otiose, neglegenter, contumaciter omnia agere; nec pudor nec metus coercebat. Si citius agi vellet agmen, tardius sedulo incedere; si adhortator operis adesset, omnes sua sponte motam remittere industriam; praesenti voltus demittere, tacite praetereuntem exsecrari, ut invictus ille odio plebeio animus interdum moveretur. Omni nequiquam acerbitate prompta, nihil iam cum militibus agere; a centurionibus corruptum exercitum dicere; tribunos plebei cavillans interdum et Volerones vocare.

Traduzione all'italiano


Allora, per la prima volta, i tribuni vennero eletti dai comizi tributi. Stando a quanto si trova in Pisone, il loro numero fu aumentato di tre, come se in passato fossero stati due. Ci riferisce anche i nomi dei neoeletti: Gneo Siccio, Lucio Numitorio, Marco Duilio, Spurio Icilio, Lucio Mecilio. Mentre Roma era in piena sedizione, scoppiò una guerra coi Volsci e con gli Equi. Essi avevano devastato le campagne in maniera da poter offrire asilo alla plebe nel caso di qualche secessione. Una volta però compostasi la controversia, ritirarono le loro truppe. Appio Claudio fu mandato contro i Volsci, mentre a Quinzio toccarono gli Equi. Appio dimostrò di avere in campo militare lo stesso rigore che aveva a Roma in quello politico, e qui godeva anche di maggiore libertà perché non era frenato dalle interferenze dei tribuni. Odiava la plebe ancor più di quanto non l’avesse odiata suo padre: ne era stato sconfitto; durante il suo mandato di console eletto appositamente per fronteggiare la plebe era stata approvata una legge che i consoli precedenti, sui quali il senato non faceva troppo affidamento, erano riusciti a non far passare senza affannarsi eccessivamente. L’ira repressa e l’indignazione istigavano il suo carattere aggressivo a imporsi alle truppe con un’autorità soffocante. La violenza non fu sufficiente a domarle, in quell’ubriacatura di odio reciproco. Mettevano in pratica ogni disposizione con pigrizia, lentezza, negligenza e ostinazione: non c’erano amor proprio e paura capaci di metterli in riga. Se lui dava ordine di accelerare il passo, i soldati rallentavano apposta; se andava di persona a esortarli sul lavoro, smettevano subito tutti ciò che avevano spontaneamente intrapreso. In sua presenza abbassavano gli occhi, al suo passaggio lo maledivano sotto voce, così che l’animo di quell’uomo, irremovibile nel suo odio verso la plebe, ne era a volte scosso. Dopo aver sperimentato senza risultati tutte le sfumature del suo rigore, non voleva più avere nulla a che fare con la truppa: diceva che era colpa dei centurioni se l’esercito era corrotto e ogni tanto, per deriderli, li chiamava “tribuni della plebe” e “Voleroni”.