Traduzione di Paragrafo 55, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Sub hac pessimi exempli victoria dilectus edicitur, paventibusque tribunis sine intercessione ulla consules rem peragunt. Tum vero irasci plebs tribunorum magis silentio quam consulum imperio, et dicere actum esse de libertate sua; rursus ad antiqua reditum; cum Genucio una mortuam ac sepultam tribuniciam potestatem. Aliud agendum ac cogitandum quomodo resistatur patribus; id autem unum consilium esse ut se ipsa plebs, quando aliud nihil auxilii habeat, defendat. Quattuor et viginti lictores apparere consulibus et eos ipsos plebis homines; nihil contemptius neque infirmius, si sint qui contemnant; sibi quemque ea magna atque horrenda facere. His vocibus alii alios cum incitassent, ad Voleronem Publilium de plebe hominem quia, quod ordines duxisset, negaret se militem fieri debere, lictor missus est a consulibus. Volero appellat tribunos. Cum auxilio nemo esset, consules spoliari hominem et virgas expediri iubent. "Provoco" inquit, "ad populum" Volero, "quoniam tribuni civem Romanum in conspectu suo virgis caedi malunt quam ipsi in lecto suo a vobis trucidari." Quo ferocius clamitabat, eo infestius circumscindere et spoliare lictor. Tum Volero et praevalens ipse et adiuvantibus advocatis repulso lictore, ubi indignantium pro se acerrimus erat clamor, eo se in turbam confertissimam recipit clamitans: "provoco et fidem plebis imploro. Adeste, cives; adeste, commilitones; nihil est quod expectetis tribunos quibus ipsis vestro auxilio opus est." Concitati homines veluti ad proelium se expediunt, apparebatque omne discrimen adesse; nihil cuiquam sanctum, non publici fore, non privati iuris. Huic tantae tempestati cum se consules obtulissent, facile experti sunt parum tutam maiestatem sine viribus esse. Violatis lictoribus, fascibus fractis, e foro in curiam compelluntur, incerti quatenus Volero exerceret victoriam. Conticescente deinde tumultu cum in senatum vocari iussissent, queruntur iniurias suas, vim plebis, Voleronis audaciam. Multis ferociter dictis sententiis, vicere seniores quibus ira patrum adversus temeritatem plebis certari non placuit.

Traduzione all'italiano


Subito dopo questa vittoria, che costituiva un pericoloso avvertimento, viene bandita una leva militare che i consoli riescono a portare a termine senza la minima opposizione da parte degli spaventatissimi tribuni. In quell’occasione la plebe andò su tutte le furie più per il silenzio dei tribuni che per l’autorità dei consoli e cominciò a sostenere che la sua non era più libertà, che si era tornati ai soprusi di una volta e che con Genucio il potere tribunizio era morto e sepolto in un colpo solo. Per resistere ai patrizi bisognava adottare e impiegare una tecnica diversa. La sola via praticabile sembrava però questa: difendersi da soli visto che mancava ogni altra forma di aiuto. La scorta dei consoli consisteva di ventiquattro littori e anch’essi erano uomini del popolo. Niente più disprezzabile e più instabile di costoro, se solo ci fosse stato qualcuno capace di disprezzarli. Era l’idea che ciascuno si era fatta di loro a renderli imponenti e inquietanti. Quando ormai gli uni e gli altri si erano reciprocamente infiammati con questi discorsi, i consoli mandarono un littore ad arrestare Volerone Publilio, un plebeo che non voleva essere arruolato come soldato semplice in quanto sosteneva di essere stato centurione. Volerone si appella ai tribuni. Ma dato che nessuno di essi si presentò a sostenere la sua causa, i consoli ordinarono di spogliarlo e di farlo frustare. Allora Volerone disse: “Mi appello al popolo, perché i tribuni preferiscono assistere alla fustigazione di un cittadino romano piuttosto che lasciarsi trucidare da voi nel loro stesso letto”. E più si agitava e dava in escandescenze, più il littore si accaniva a spogliarlo e a strappargli le vesti. Allora Volerone, già di per sé possente e in più coadiuvato da quanti aveva fatto intervenire in suo soccorso, si scrollò di dosso il littore e, andandosi a rifugiare nel mezzo della mischia tra quelli che urlavano con più accanimento, disse: “Mi appello al popolo e invoco la sua protezione! Aiuto, concittadini! Aiuto, commilitoni! Non contate sui tribuni: sono loro che han bisogno del vostro aiuto!” La gente, quanto mai eccitata, si prepara come per andare in battaglia: era chiaro ce la situazione poteva avere qualsiasi tipo di sviluppo e che nessun diritto pubblico o privato sarebbe stato rispettato. I consoli, dopo aver tenuto testa a quella bufera, si resero conto di quanto sia insicura l’autorità senza l’impiego della forza. I littori furono malmenati e i loro fasci fatti a pezzi; quanto poi ai consoli stessi, vennero spinti dal foro nella curia, senza sapere fino a che punto Volerone avrebbe voluto sfruttare quella vittoria. Quando poi, a disordini finiti, essi convocarono il senato, si lamentarono dell’affronto subito, della violenza popolare e della sfrontatezza di Volerone. Nonostante molti interventi veementi, ebbe la meglio la volontà dei più anziani, ai quali non andava affatto a genio uno scontro tra la rabbia dei senatori e l’irrazionalità della plebe.