Traduzione di Paragrafo 47, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Proelio ex parte una restituto, nihilo segnius in cornu altero Cn. Manlius consul pugnam ciebat, ubi prope similis fortuna est versata. Nam ut altero in cornu Q. Fabium, sic in hoc ipsum consulem Manlium iam velut fusos agentem hostes et impigre milites secuti sunt et, ut ille gravi volnere ictus ex acie cessit, interfectum rati gradum rettulere; cessissentque loco, ni consul alter cum aliquot turmis equitum in eam partem citato equo advectus, vivere clamitans collegam, se victorem fuso altero cornu adesse, rem inclinatam sustinuisset. Manlius quoque ad restituendam aciem se ipse coram offert. Duorum consulum cognita ora accendunt militum animos. Simul et vanior iam erat hostium acies, dum abundante multitudine freti, subtracta subsidia mittunt ad castra oppugnanda. In quae haud magno certamine impetu facto cum praedae magis quam pugnae memores tererent tempus, triarii Romani qui primam inruptionem sustinere non potuerant, missis ad consules nuntiis quo loco res essent, conglobati ad praetorium redeunt et sua sponte ipsi proelium renovant. Et Manlius consul revectus in castra, ad omnes portas milite opposito hostibus viam clauserat. Ea desperatio Tuscis rabiem magis quam audaciam accendit. Nam cum incursantes quacumque exitum ostenderet spes vano aliquotiens impetu issent, globus iuvenum unus in ipsum consulem insignem armis invadit. Prima excepta a circumstantibus tela; sustineri deinde vis nequit; consul mortifero volnere ictus cadit, fusique circa omnes. Tuscis crescit audacia; Romanos terror per tota castra trepidos agit, et ad extrema ventum foret ni legati rapto consulis corpore patefecissent una porta hostibus viam. Ea erumpunt; consternatoque agmine abeuntes in victorem alterum incidunt consulem; ibi iterum caesi fusique passim. Victoria egregia parta, tristis tamen duobus tam claris funeribus. Itaque consul decernente senatu triumphum, si exercitus sine imperatore triumphare possit, pro eximia eo bello opera facile passurum respondit; se familia funesta Q. Fabi fratris morte, re publica ex parte orba, consule altero amisso, publico privatoque deformem luctu lauream non accepturum. Omni acto triumpho depositus triumphus clarior fuit; adeo spreta in tempore gloria interdum cumulatior rediit. Funera deinde duo deinceps collegae fratrisque ducit, idem in utroque laudator, cum concedendo illis suas laudes ipse maximam partem earum ferret. Neque immemor eius quod initio consulatus imbiberat, reconciliandi animos plebis, saucios milites curandos dividit patribus. Fabiis plurimi dati, nec alibi maiore cura habiti. Inde populares iam esse Fabii, nec hoc ulla nisi salubri rei publicae arte.

Traduzione all'italiano


Così furono risollevate le sorti della battaglia da quella parte. Dall’altra ala dello schieramento il console Gneo Manlio stava impegnandosi con non meno ardore a sostenere il combattimento, quando accadde un episodio quasi del tutto analogo. Infatti, come prima Quinto Fabio all’ala opposta, così adesso da questa parte Manlio, mentre stava guidando l’attacco impetuoso dei suoi soldati contro il nemico già quasi allo sbaraglio, fu ferito gravemente e dovette abbandonare la battaglia. La truppa, credendolo morto, cominciò a vacillare e avrebbe ceduto la posizione se l’altro console, arrivato al galoppo da quella parte con alcuni squadroni di cavalieri, gridando che il suo collega era vivo e che egli stesso aveva piegato e messo in fuga i nemici dall’altro versante dello schieramento, non avesse raddrizzato la situazione. Anche Manlio, facendosi vedere in mezzo a loro, contribuisce a rimettere in sesto la linea di battaglia. E il morale degli uomini riprende sùbito quota appena riconoscono i lineamenti dei due consoli. Nello stesso istante si riduce anche la pressione del nemico perché essi, contando sulla superiorità numerica, avevano ritirato le riserve e le avevano mandate ad attaccare l’accampamento romano. Lì la resistenza è di breve durata, nonostante la violenza relativamente modesta dell’urto. Mentre però i nemici si davano da fare col bottino più che preoccuparsi degli sviluppi della battaglia, i triarii romani, che non erano stati capaci di sostenere l’impeto iniziale, mandarono dei messaggeri per riferire ai consoli come andavano le cose; quindi, riunitisi di nuovo nei pressi del pretorio, lanciarono un contrattacco senza aspettare i rinforzi e di loro spontanea volontà. Nel frattempo il console Manlio era rientrato nell’accampamento e, piazzando degli uomini in corrispondenza di tutte le porte, aveva tagliato al nemico ogni via d’uscita. Gli Etruschi allora, in quella situazione disperata, invece di dare una dimostrazione di coraggio, persero la testa. Infatti, dopo aver più volte tentato invano di sfondare dove speravano che fosse possibile una sortita, un gruppo compatto di giovani si lanciò dritto sul console, dopo averlo individuato per il tipo di armamento che aveva addosso. I primi colpi furono parati dai soldati del suo séguito, ma l’urto era troppo violento per poterlo reggere più a lungo; e il console cadde, ferito a morte, mentre gli uomini del suo presidio personale fuggirono. Gli Etruschi ripresero allora coraggio e il panico si impadronì dei Romani che correvano all’impazzata per l’accampamento: la situazione sarebbe veramente precipitata, se alcuni ufficiali superiori, dopo essersi impadroniti del corpo del console, non avessero dato via libera ai nemici da una delle porte. Fu di lì che si lanciarono fuori, andando però a cozzare senza più nessun ordine nel console vincitore che li massacrò di nuovo e quindi li disperse. Fu una grande vittoria, anche se funestata dalla morte di due uomini di quella statura. Così il console, quando il senato autorizzò il trionfo, disse in risposta che se le truppe lo potevano celebrare senza il loro generale, egli avrebbe dato volentieri il proprio consenso per l’eccellente prestazione da esse offerta in quella guerra. Quanto a se stesso, con la famiglia in pieno lutto per la morte del fratello Quinto Fabio e lo Stato mutilato in una delle sue parti per la perdita dell’altro console, non avrebbe potuto accettare la corona d’alloro in quel momento di grande cordoglio pubblico e privato. Il rifiuto del trionfo fu un titolo di merito superiore a qualsiasi altro trionfo mai celebrato, com’è vero che rifiutare la gloria al momento giusto significa raddoppiarla col tempo. Poi celebrò uno dopo l’altro i funerali del collega e del fratello, e in entrambi i casi pronunciò l’orazione funebre: pur non togliendo ai due uomini alcun merito, riuscì a concentrare su se stesso buona parte delle lodi. E senza perdere di vista quella politica di riconciliazione con la plebe che era stata uno dei suoi obiettivi principali all’inizio del consolato, affidò ai patrizi il compito di curare i soldati feriti. La maggior parte toccò ai Fabi e le attenzioni che essi ricevettero in questa casa non ebbero uguali nel resto della città. Da quel momento i Fabi cominciarono a essere popolari presso la plebe e fu soltanto servendo lo Stato che essi raggiunsero un simile obiettivo.