Traduzione di Paragrafo 45, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Consules quoque Romani nihil praeterea aliud quam suas vires, sua arma horrebant; memoria pessimi proximo bello exempli terrebat ne rem committerent eo ubi duae simul acies timendae essent. Itaque castris se tenebant, tam ancipiti periculo aversi: diem tempusque forsitan ipsum leniturum iras sanitatemque animis allaturum. Veiens hostis Etruscique eo magis praepropere agere; lacessere ad pugnam primo obequitando castris prouocandoque, postremo ut nihil movebant, qua consules ipsos, qua exercitum increpando: simulationem intestinae discordiae remedium timoris inventum, et consules magis non confidere quam non credere suis militibus; novum seditionis genus, silentium otiumque inter armatos. Ad haec in novitatem generis originisque qua falsa, qua vera iacere. Haec cum sub ipso vallo portisque streperent, haud aegre consules pati; at imperitae multitudini nunc indignatio, nunc pudor pectora versare et ab intestinis avertere malis; nolle inultos hostes, nolle successum non patribus, non consulibus; externa et domestica odia certare in animis. Tandem superant externa; adeo superbe insolenterque hostis eludebat. Frequentes in praetorium conveniunt; poscunt pugnam, postulant ut signum detur. Consules velut deliberabundi capita conferunt, diu conloquuntur. Pugnare cupiebant, sed retro revocanda et abdenda cupiditas erat, ut adversando remorandoque incitato semel militi adderent impetum. Redditur responsum immaturam rem agi; nondum tempus pugnae esse; castris se tenerent. Edicunt inde ut abstineant pugna; si quis iniussu pugnaverit, ut in hostem animadversuros. Ita dimissis, quo minus consules velle credunt, crescit ardor pugnandi. Accendunt insuper hostes ferocius multo, ut statuisse non pugnare consules cognitum est: quippe impune se insultaturos; non credi militi arma; rem ad ultimum seditionis erupturam, finemque venisse Romano imperio. His freti occursant portis, ingerunt probra; aegre abstinent quin castra oppugnent. Enimvero non ultra contumeliam pati Romanus posse; totis castris undique ad consules curritur; non iam sensim, ut ante, per centurionum principes postulant, sed passim omnes clamoribus agunt. Matura res erat; tergiversantur tamen. Fabius deinde ad crescentem tumultum iam metu seditionis collega concedente, cum silentium classico fecisset: "ego istos, Cn. Manli, posse vincere scio: velle ne scirem, ipsi fecerunt. Itaque certum est non dare signum nisi victores se redituros ex hac pugna iurant. Consulem Romanum miles semel in acie fefellit: deos nunquam fallet." Centurio erat M. Flavoleius, inter primores pugnae flagitator. "Victor" inquit, "M. Fabi, revertar ex acie"; si fallat, Iovem patrem Gradivumque Martem aliosque iratos invocat deos. Idem deinceps omnis exercitus in se quisque iurat. Iuratis datur signum; arma capiunt; eunt in pugnam irarum speique pleni. Nunc iubent Etruscos probra iacere, nunc armati sibi quisque lingua promptum hostem offerri. Omnium illo die, qua plebis, qua patrum, eximia virtus fuit; Fabium nomen maxime enituit; multis civilibus certaminibus infensos plebis animos illa pugna sibi reconciliare statuunt.

Traduzione all'italiano


I consoli romani, a loro volta, non temevano nulla quanto le proprie forze e le proprie truppe. Memori del deplorevole incidente occorso nell’ultima guerra, eran terrorizzati all’idea di scendere in campo per affrontare contemporaneamente la minaccia di due eserciti. Così stazionavano all’interno dell’accampamento, paralizzati dall’imminenza di quel doppio pericolo. Non era escluso che il tempo e i casi della vita avrebbero ridotto la tensione degli uomini e riportato il buon senso. Ma proprio per questo i loro nemici, Etruschi e Veienti, stavano accelerando al massimo le operazioni: sulle prime li provocarono a scendere in campo cavalcando nei pressi dell’accampamento e sfidandoli a uscire; poi, visto il nulla di fatto, presero a insultare a turno i consoli e la truppa. Dicevano che la storia della lotta di classe era un pretesto per coprire la paura e che il dubbio più grande dei consoli non era rappresentato tanto dalla lealtà quanto dal valore dei loro uomini. Che razza di ammutinamento poteva essere una rivolta di soldati di leva tutti buoni e silenziosi? A queste frecciate ne aggiungevano altre, più o meno fondate, circa le recenti origini della loro razza. I consoli non reagivano a questi insulti provenienti proprio da sotto il fossato e le porte. La moltitudine, invece, meno portata a simulare, passava dall’indignazione all’umiliazione più profonda e si dimenticava degli attriti sociali: voleva farla pagare ai nemici e nel contempo non voleva che i consoli e il patriziato potessero vantare una vittoria. Il conflitto psicologico era tra l’odio per la classe avversaria e quello per il nemico. Alla fin fine ebbe la meglio il secondo, tanto insolente e arrogante era diventato lo scherno dei nemici. Si accalcano davanti al pretorio, reclamano la battaglia, chiedono che si dia il segnale. I consoli confabulano, come se fossero in piena riunione di consiglio. La discussione dura a lungo. Il loro desiderio era combattere; nel contempo, però, frenavano e dissimulavano il desiderio stesso in odo tale che crescesse l’impeto dei soldati ostacolati e trattenuti. Gli uomini si sentirono rispondere che attaccare sarebbe stato prematuro perché gli sviluppi della situazione non erano ancora arrivati al punto giusto. Quindi che rimanessero nell’accampamento. Seguì l’ordine di astenersi dal combattere: se qualcuno, violando la consegna, avesse combattuto sarebbe stato trattato come un nemico. Con queste parole li congedarono: ma il loro apparente rifiuto fece crescere negli uomini l’impazienza di buttarsi all’assalto. Quando i nemici vennero a sapere che il console aveva interdetto ai suoi di scendere in campo, si accanirono ulteriormente nella provocazione, infiammando così ancora di più i soldati romani. Era evidente che li potevano schernire senza correre rischi: godevano di così poca fiducia che venivano negate loro persino le armi. La conclusione sarebbe stato un ammutinamento generale con il conseguente crollo della potenza romana. Forti di queste convinzioni, vanno a lanciare grida di scherno davanti alle porte dell’accampamento e si trattengono a stento dall’assalirlo. A quel punto i Romani non poterono sopportare oltre gli insulti e da tutti i punti del campo si riversarono di corsa davanti ai consoli: le loro non erano più come prima richieste disciplinate e presentate per bocca dei primi centurioni, ma un coro di voci scomposte. La cosa era matura: tuttavia i consoli tergiversavano. Alla fine, Fabio, vedendo che il collega, di fronte a quel crescente tumulto, era sul punto di cedere per paura di una sommossa, chiamò un trombettiere per imporre il silenzio e poi disse: “Questi uomini, Gneo Manlio, possono vincere, te lo assicuro; che lo vogliano, ho qualche dubbio, e per colpa loro. Quindi sono deciso a non dare il segnale di battaglia se prima non giurano di ritornare vincitori. Le truppe, durante le fasi di uno scontro, han tradito una volta il console romano: gli dèi non li tradiranno mai”. A quel punto, un centurione di nome Marco Flavoleio, tra i più accaniti nel reclamare la battaglia, disse: “Tornerò vincitore, o Marco Fabio!” Augurò che l’ira del padre Giove, di Marte Gradivo e degli altri dèi potesse abbattersi su di lui in caso di fallimento. A seguire giurarono tuti gli altri uomini, ripetendo ciascuno lo stesso augurio nei propri confronti. Finito il giuramento si sente il segnale e tutti corrono ad armarsi, pronti a scendere in campo con una carica di rabbioso ottimismo. Ora sfidano gli Etruschi a fare i gradassi, ora ognuno sfida quelle male lingue a farsi sotto, ad affrontare il nemico adesso che è armato di tutto punto! Quel giorno, patrizi e plebei senza differenze, brillarono tutti per il grande coraggio dimostrato. Al di sopra di ogni altro, però, il nome dei Fabi: con quella battaglia essi riguadagnarono il favore popolare perso nel corso della lunga sequenza di lotte politiche a Roma.