Traduzione di Paragrafo 43, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Q. Fabius inde et C. Iulius consules facti. Eo anno non segnior discordia domi et bellum foris atrocius fuit. Ab Aequis arma sumpta; Veientes agrum quoque Romanorum populantes inierunt. Quorum bellorum crescente cura, Caeso Fabius et Sp. Furius consules fiunt. Ortonam, Latinam urbem, Aequi oppugnabant: Veientes, pleni iam populationum, Romam ipsam se oppugnaturos minabantur. Qui terrores cum compescere deberent, auxere insuper animos plebis, redibatque non sua sponte plebi mos detractandi militiam, sed Sp. Licinius tribunus plebis, venisse tempus ratus per ultimam necessitatem legis agrariae patribus iniungendae, susceperat rem militarem impediendam. Ceterum tota invidia tribuniciae potestatis versa in auctorem est, nec in eum consules acrius quam ipsius collegae coorti sunt, auxilioque eorum dilectum consules habent. Ad duo simul bella exercitus scribitur; ducendus Fabio in Aequos, Furio datur in Veientes. In Veientes nihil dignum memoria gestum; et in Aequis quidem Fabio aliquanto plus negotii cum civibus quam cum hostibus fuit. Unus ille vir, ipse consul, rem publicam sustinuit, quam exercitus odio consulis, quantum in se fuit, prodebat. Nam cum consul praeter ceteras imperatorias artes, quas parando gerendoque bello edidit plurimas, ita instruxisset aciem ut solo equitatu emisso exercitum hostium funderet, insequi fusos pedes noluit; nec illos, et si non adhortatio invisi ducis, suum saltem flagitium et publicum in praesentia dedecus, postmodo periculum, si animus hosti redisset, cogere potuit gradum adcelerare aut si aliud nihil, stare instructos. Iniussu signa referunt, maestique - crederes victos - exsecrantes nunc imperatorem, nunc navatam ab equite operam, redeunt in castra. Nec huic tam pestilenti exemplo remedia ulla ab imperatore quaesita sunt; adeo excellentibus ingeniis citius defuerit ars qua civem regant quam qua hostem superent. Consul Romam rediit non tam belli gloria aucta quam inritato exacerbatoque in se militum odio. Obtinuere tamen patres ut in Fabia gente consulatus maneret: M. Fabium consulem creant; Fabio collega Cn. Manlius datur.

Traduzione all'italiano


Quinto Fabio e Caio Giulio furono in séguito eletti consoli. Quell’anno la lotta di classe che dilaniava la città non fu meno accanita e accesa della guerra combattuta al l’estero. Gli Equi presero le armi; le scorribande dei Veienti arrivarono fino all’agro romano. La crescente inquietudine dovuta a queste campagne è l’atmosfera in cui vengono eletti consoli Cesone Fabio e Spurio Furio. Gli Equi stavano assediando Ortona, una città latina. I Veienti, già carichi di bottino, minacciavano di attaccare Roma stessa. Tutti questi campanelli d’allarme, invece di sedare l’animosità dei plebei, la incrementarono ulteriormente. E ricominciarono con la politica del boicottaggio del servizio militare, anche se non spontaneamente: infatti il tribuno della plebe Spurio Licinio, vedendo nella crisi del momento un’occasione propizia per imporre ai patrizi la promulgazione di una legge agraria, si era messo in testa di ostacolare i preparativi di guerra. Da quel momento in poi il tradizionale odio nei confronti del tribunato si concentrò esclusivamente sulla sua persona: i consoli non lo attaccarono meno animosamente dei suoi stessi colleghi e fu proprio grazie al loro sostegno che riuscirono a organizzare la leva militare. Si reclutarono truppe per due campagne contemporanee: Fabio sarebbe stato il comandante della spedizione contro gli Equi, Furio di quella contro i Veienti. Quest’ultima non fece registrare niente che meriti di essere ricordato. Nella campagna contro gli Equi, Fabio ebbe in qualche modo più problemi con i suoi effettivi che con i nemici. Fu soltanto quella grande figura, il console stesso, che resse le sorti dello Stato, tradito in tutti i modi possibili dai soldati i quali lo detestavano. Un solo esempio: dopo aver dimostrato in molte altre occasioni grande abilità nella strategia e nella condotta delle operazioni, quando il console operò una mossa che gli permise di sbaragliare le linee nemiche con un assalto della sola cavalleria, la fanteria si rifiutò di lanciarsi all’inseguimento dei fuggiaschi; e né l’incitamento dell’odiato generale, né il disonore loro e la vergogna che in quel momento ricadeva su tutti, né il rischio che il nemico potesse riprendere coraggio e tornare sui propri passi, nessuno di questi fattori li spinse ad accelerare l’andatura o, se non altro, a mantenersi allineati. Così, nonostante gli ordini, ritornarono indietro e, con facce che avresti detto di vinti, rientrano alla base maledicendo a turno il generale e l’efficienza della cavalleria. Il comandante non riuscì a rimediare in nessun modo a questo episodio, per quanto rovinoso fosse stato, e ciò dimostra che le menti superiori hanno spesso maggiori problemi a imporre la propria volontà politica ai cittadini che la propria legge militare ai nemici. Il console ritorna quindi a Roma, non tanto carico di gloria conquistata sul campo, quanto dell’odio esacerbato e dell’esasperazione dei soldati nei suoi confronti. Ciò nonostante, i senatori ottennero che il consolato rimanesse presso la famiglia dei Fabi; nominano console Marco Fabio cui viene affiancato come collega Gneo Manlio.