Traduzione di Paragrafo 41, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Sp. Cassius deinde et Proculus Verginius consules facti. Cum Hernicis foedus ictum; agri partes duae ademptae. Inde dimidium Latinis, dimidium plebi divisurus consul Cassius erat. Adiciebat hic muneri agri aliquantum, quem publicum possideri a privatis criminabatur. Id multos quidem patrum, ipsos possessores, periculo rerum suarum terrebat; sed et publica patribus sollicitudo inerat largitione consulem periculosas libertati opes struere. Tum primum lex agraria promulgata est, nunquam deinde usque ad hanc memoriam sine maximis motibus rerum agitata. Consul alter largitioni resistebat auctoribus patribus nec omni plebe adversante, quae primo coeperat fastidire munus volgatum a civibus isse in socios; saepe deinde et Verginium consulem in contionibus velut vaticinantem audiebat pestilens collegae munus esse; agros illos servitutem iis qui acceperint laturos; regno viam fieri. Quid ita enim adsumi socios et nomen Latinum, quid attinuisset Hernicis, paulo ante hostibus, capti agri partem tertiam reddi, nisi ut hae gentes pro Coriolano duce Cassium habeant? Popularis iam esse dissuasor et intercessor legis agrariae coeperat. Uterque deinde consul, ut certatim, plebi indulgere. Verginius dicere passurum se adsignari agros, dum ne cui nisi civi Romano adsignentur: Cassius, quia in agraria largitione ambitiosus in socios eoque civibus vilior erat, ut alio munere sibi reconciliaret civium animos, iubere pro Siculo frumento pecuniam acceptam retribui populo. Id vero haud secus quam praesentem mercedem regni aspernata plebes; adeo propter suspicionem insitam regni, velut abundarent omnia, munera eius [in animis hominum] respuebantur. Quem ubi primum magistratu abiit damnatum necatumque constat. Sunt qui patrem auctorem eius supplicii ferant: eum cognita domi causa verberasse ac necasse peculiumque filii Cereri consecravisse; signum inde factum esse et inscriptum, "ex Cassia familia datum." Invenio apud quosdam, idque propius fidem est, a quaestoribus Caesone Fabio et L. Valerio diem dictam perduellionis, damnatumque populi iudicio, dirutas publice aedes. Ea est area ante Telluris aedem. Ceterum sive illud domesticum sive publicum fuit iudicium, damnatur Servio Cornelio Q. Fabio consulibus.

Traduzione all'italiano


I consoli successivi furono Spurio Cassio e Proculo Verginio. Fu stipulato un trattato con gli Ernici in base al quale Roma si annetteva i due terzi del loro territorio. Il console Cassio era dell’avviso di darne metà ai Latini e metà ai plebei. E a questa donazione voleva aggiungere parte della terra che teoricamente risultava essere di demanio pubblico e che invece, secondo la sua accusa, era detenuta abusivamente da privati. Questa proposta terrorizzava molti senatori che, essendo essi stessi i proprietari, si vedevano minacciati nelle proprie sostanze. Ma i senatori, visto il ruolo da essi ricoperto in ambito pubblico, temevano che con quella donazione il console potesse acquistare un’influenza pericolosa per la libertà. Allora, per la prima volta, fu promulgata una legge agraria: da quella data fino ai giorni nostri non c’è stata volta che il ritorno sulla stessa questione non abbia causato gravi disordini politici. L’altro console si opponeva alla donazione e aveva dalla sua parte i senatori senza nel contempo trovarsi di fronte l’ostilità di tutta la plebe, la quale aveva sùbito mostrato di non gradire che la donazione fosse stata estesa dai cittadini ai semplici alleati. E in più sentiva spesso che il console Verginio denunciava pubblicamente la perniciosità della elargizione proposta dal collega, sostenendo che quella terra avrebbe ridotto in schiavitù chiunque ne avesse beneficiato e avrebbe rappresentato una strada diretta verso la monarchia. Che ragioni c’erano di includere nella spartizione gli alleati e il popolo latino? A che pro rendere agli Ernici, fino a ieri nemici, un terzo della terra conquistata, se non perché quelle genti al posto di Coriolano avessero Cassio? Da quel momento, lui che era stato l’oppositore della legge agraria, cominciò a diventare popolare. In séguito, tra i due consoli, si assistette quasi a una gara di attenzioni verso la plebe: Verginio si diceva pronto ad accettare la donazione a patto che interessasse soltanto i cittadini romani; Cassio, poiché con la promessa di donazione agraria si era reso popolare presso gli alleati, conquistandosi però lantipatia dei suoi concittadini, per riconciliarsene i favori con un altro dono, ordinò di rimborsare al popolo il denaro pagato per il frumento siciliano. Ma la plebe respinse sdegnosamente l’offerta giudicandola un tentativo di comprarsi in contanti il potere monarchico. E per questo sospetto istintivo voltavano sprezzanti le spalle ai suoi doni, come se avessero tutto in eccesso. A fine mandato - è un fatto su cui non ci sono dubbi -, fu condannato a morte e ucciso. Alcuni sostengono che l’esecutore materiale della sentenza fu suo padre: istituita la causa a domicilio, lo avrebbe fatto frustare a morte e ne avrebbe consacrato i beni a Cerere. Poi avrebbe fatto scolpire una statua con questa iscrizione: “Dono della famiglia Cassia.” Presso alcuni autori ho trovato una versione diversa ma più aderente alla realtà: i questori Cesone Fabio e Lucio Valerio lo avrebbero accusato di alto tradimento, il popolo lo avrebbe riconosciuto colpevole e lo Stato avrebbe fatto radere al suolo la casa. È la zona antistante al tempio della Terra. Sta di fatto che la condanna, frutto di un processo pubblico o privato, fu pronunciata durante il consolato di Servio Cornelio e Quinto Fabio.