Traduzione di Paragrafo 29, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Utraque re satis experta tum demum consules: "ne praedictum negetis, patres conscripti, adest ingens seditio. Postulamus ut hi qui maxime ignaviam increpant adsint nobis habentibus dilectum. Acerrimi cuiusque arbitrio, quando ita placet, rem agemus." Redeunt in tribunal; citari nominatim unum ex iis qui in conspectu erant dedita opera iubent. Cum staret tacitus et circa eum aliquot hominum, ne forte violaretur, constitisset globus, lictorem ad eum consules mittunt. Quo repulso, tum vero indignum facinus esse clamitantes qui patrum consulibus aderant, devolant de tribunali ut lictori auxilio essent. Sed ab lictore nihil aliud quam prendere prohibito cum conversus in patres impetus esset, consulum intercursu rixa sedata est, in qua tamen sine lapide, sine telo plus clamoris atque irarum quam iniuriae fuerat. Senatus tumultuose vocatus tumultuosius consulitur, quaestionem postulantibus iis qui pulsati fuerant, decernente ferocissimo quoque non sententiis magis quam clamore et strepitu. Tandem cum irae resedissent, exprobrantibus consulibus nihilo plus sanitatis in curia quam in foro esse, ordine consuli coepit. Tres fuere sententiae. P. Verginius rem non volgabat; de iis tantum qui fidem secuti P. Servili consulis Volsco Aurunco Sabinoque militassent bello, agendum censebat. T. Largius, non id tempus esse ut merita tantummodo exsolverentur; totam plebem aere alieno demersam esse, nec sisti posse ni omnibus consulatur; quin si alia aliorum sit condicio, accendi magis discordiam quam sedari. Ap. Claudius, et natura immitis et efferatus hinc plebis odio, illinc patrum laudibus, non miseriis ait sed licentia tantum concitum turbarum et lascivire magis plebem quam saevire. Id adeo malum ex provocatione natum; quippe minas esse consulum, non imperium, ubi ad eos qui una peccaverint provocare liceat. "Agedum" inquit, "dictatorem, a quo provocatio non est, creemus; iam hic quo nunc omnia ardent conticescet furor. Pulset tum mihi lictorem qui sciet ius de tergo vitaque sua penes unum illum esse cuius maiestatem violarit."

Traduzione all'italiano


Avendo battuto a sufficienza entrambe le strade percorribili, alla fine i consoli dichiararono: “Perché non dobbiate, o senatori, sostenere di non esser stati avvertiti, sappiate che ora siamo sull’orlo di una grande sommossa. A chi ci ha aggredito dandoci brutalmente dei codardi noi chiediamo di venire ad assisterci nelle pratiche della leva. Visto che questo è il vostro desiderio, agiremo uniformandoci alla volontà dei più inflessibili tra voi.” Quindi tornano in tribunale e ordinano apposta di chiamare per nome uno degli astanti. Siccome questi non rispondeva e se ne stava in mezzo a un crocchio che lo aveva circondato per proteggerlo da eventuali violenze, i consoli mandarono un littore a prelevarlo. Ma dato che la folla lo respinse, i senatori venuti ad assistere i consoli, gridando che si trattava di una violazione indegna, si precipitarono giù dai banchi del tribunale per dare man forte al littore. La folla allora, lasciando da parte il pubblico ufficiale, cui era stato semplicemente proibito l’arresto di quell’uomo, rivolse la sua carica aggressiva contro i senatori e soltanto l’intervento dei consoli riuscì a sedare la rissa, fatta non tanto di sassi e armi vere e proprie, quanto di un chiassoso scambio di idee più che di violenze. La seduta del senato avvenne in un clima di grande confusione, che raggiunse il suo apice al momento di adottare una delibera: le vittime dell’aggressione esigevano un’inchiesta e i membri più violenti la approvavano non tanto con regolari interventi quanto con un boato di urla. Una volta placatisi gli animi, i consoli deplorarono che in piena curia ci fossero minori manifestazioni di assennatezza di quante essi ne avessero viste in mezzo alla folla del foro. Detto questo, si poté procedere a un regolare dibattito. Ci furono tre interventi. Publio Verginio era contrario a ogni forma di generalizzazione: la sua proposta era di prendere in esame soltanto coloro i quali, fidandosi della parola del console Publio Servilio, avevano militato nelle campagne contro Volsci, Aurunci e Sabini. Tito Larcio, invece, sosteneva che in un momento come quello era impensabile ricompensare soltanto i reduci di guerra: la plebe tutta era immersa nei debiti fino al collo e l’unico rimedio credibile sarebbe stato un provvedimento a carattere generale. Eventuali sperequazioni, poi, all’interno della stessa classe, avrebbero acuito la tensione invece di ridurla. Appio Claudio, il cui carattere aggressivo trovava un valido incentivo ora nell’odio della plebe ora negli applausi dei senatori, disse che la causa di quelle sommosse popolari non era tanto la miseria quanto la permissività e inoltre che la plebe era più insolente che feroce. Tutto il male veniva soltanto dal diritto d’appello: i consoli, infatti, potevano minacciare ma non avere una reale autorità, visto che ai colpevoli era lecito comparire di fronte ai loro stessi complici. “Diamoci da fare,” disse, “eleggiamo un dittatore il quale non è sottoposto al diritto d’appello; cesserà così, una buona volta, questo furore che ha infiammato ogni cosa. E voglio un po’ vedere se qualcuno oserà ancora mettere le mani su un littore, sapendo di avere schiena e vita in completa balia di colui di cui ha violato la maestà.”