Traduzione di Paragrafo 27, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Fusis Auruncis, victor tot intra paucos dies bellis Romanus promissa consulis fidemque senatus exspectabat, cum Appius et insita superbia animo et ut collegae vanam faceret fidem, quam asperrime poterat ius de creditis pecuniis dicere. Deinceps et qui ante nexi fuerant creditoribus tradebantur et nectebantur alii. Quod ubi cui militi inciderat, collegam appellabat. Concursus ad Servilium fiebat; illius promissa iactabant; illi exprobrabant sua quisque belli merita cicatricesque acceptas. Postulabant ut aut referret ad senatum, aut auxilio esset consul civibus suis, imperator militibus. Movebant consulem haec, sed tergiversari res cogebat; adeo in alteram causam non collega solum praeceps erat sed omnis factio nobilium. Ita medium se gerendo nec plebis vitavit odium nec apud patres gratiam iniit. Patres mollem consulem et ambitiosum rati, plebes fallacem, brevique apparuit aequasse eum Appi odium. Certamen consulibus inciderat, uter dedicaret Mercuri aedem. Senatus a se rem ad populum reiecit: utri eorum dedicatio iussu populi data esset, eum praeesse annonae, mercatorum collegium instituere, sollemnia pro pontifice iussit suscipere. Populus dedicationem aedis dat M. Laetorio, primi pili centurioni, quod facile appareret non tam ad honorem eius cui curatio altior fastigio suo data esset factum quam ad consulum ignominiam. Saevire inde utique consulum alter patresque; sed plebi creverant animi et longe alia quam primo instituerant via grassabantur. Desperato enim consulum senatusque auxilio, cum in ius duci debitorem vidissent, undique convolabant. Neque decretum exaudiri consulis prae strepitu et clamore poterat, neque cum decresset quisquam obtemperabat. Vi agebatur, metusque omnis et periculum, cum in conspectu consulis singuli a pluribus violarentur, in creditores a debitoribus verterant. Super haec timor incessit Sabini belli; dilectuque decreto nemo nomen dedit, furente Appio et insectante ambitionem collegae, qui populari silentio rem publicam proderet et ad id quod de credita pecunia ius non dixisset, adiceret ut ne dilectum quidem ex senatus consulto haberet; non esse tamen desertam omnino rem publicam neque proiectum consulare imperium; se unum et suae et patrum maiestatis vindicem fore. Cum circumstaret cotidiana multitudo licentia accensa, arripi unum insignem ducem seditionum iussit. Ille cum a lictoribus iam traheretur provocavit; nec cessisset provocationi consul, quia non dubium erat populi iudicium, nisi aegre victa pertinacia foret consilio magis et auctoritate principum quam populi clamore; adeo supererant animi ad sustinendam invidiam. Crescere inde malum in dies, non clamoribus modo apertis sed, quod multo perniciosius erat, secessione occultisque conloquiis. Tandem invisi plebi consules magistratu abeunt, Servilius neutris, Appius patribus mire gratus.

Traduzione all'italiano


Dopo aver sbaragliato gli Aurunci, i Romani, reduci da un gran numero di successi militari in così pochi giorni, contavano sulle promesse dei consoli e sulla parola del senato, quando Appio, parte per la naturale arroganza del suo carattere e parte per screditare il collega, intervenne in maniera quanto mai dura in materia di debiti. La conseguenza fu che gli ex-debitori insolventi furono riconsegnati ai creditori e dei nuovi furono messi ai ferri. Ogni qualvolta si trattava di un soldato, questi interpellava il collega. Intorno a Servilio c’era sempre un assembramento di gente: tutti gli ricordavano le promesse fatte e gli mostravano gli attestati militari nonché le ferite riportate in battaglia. Gli chiedevano, o di portare la questione di fronte al senato, o di rendersi utile dando una mano come console ai concittadini e come generale ai militari. Pur essendo toccato da quella supplica, la situazione lo costringeva a temporeggiare, perché l’opposizione era fortissima, avendo dalla sua parte non soltanto il collega ma l’intera nobiltà. Tenendo così una posizione di sostanziale neutralità, non riuscì né a evitare l’odio dei plebei né a conciliarsi il favore dei senatori. Infatti, per questi ultimi era un console senza polso e un agitatore, mentre per i primi uno che faceva il furbo. Presto apparve chiaro che era odiato al pari di Appio. I consoli si contendevano l’onore di consacrare il tempio di Mercurio e il senato girò la questione al popolo: a chi dei due fosse toccato, per volontà del popolo stesso, l’onore della consacrazione, sarebbe andata anche l’amministrazione dell’annona e il compito di formare una corporazione di commercianti, nonché di celebrare i riti solenni di fronte al pontefice massimo. Il popolo assegnò la consacrazione del tempio a Marco Letorio, centurione primipilo, con un intento chiarissimo: non si trattava cioè tanto di onorare quest’uomo - troppo grande la sproporzione tra l’incarico e la sua posizione nella vita di tutti i giorni -, quanto di un’offesa alle persone dei consoli. Inevitabile conseguenza fu un ulteriore inasprimento da parte di uno dei due consoli e dei senatori. Ma i plebei si erano fatti forza e stavano seguendo una tattica ben diversa da quella adottata prima. Infatti, perduta ogni speranza nell’intervento dei consoli e del senato, appena vedevano un debitore trascinato in giudizio, intervenivano da ogni parte. La sentenza del console, sopraffatta dal trambusto delle voci, non arrivò agli astanti e poi, anche quando fu pronunciata, nessuno obbedì. La sola legge era la violenza: la paura in tutte le sue forme e il rischio di essere catturati passarono dai debitori ai creditori, mentre questi, sotto gli occhi del console, venivano presi da parte e aggrediti da interi gruppi. Nel pieno di questo marasma venne a inserirsi una guerra contro i Sabini. Fu bandita una leva, ma nessuno si iscrisse. Appio era fuori di sé. Imprecava contro l’ambizione del collega, reo di aver tradito lo Stato per rendersi popolare con la sua politica dell’inerzia e, non soddisfatto di aver sospeso il giudizio sui verdetti concernenti i debiti, non era in grado nemmeno di mettere in pratica la leva stabilita dal decreto del senato. Ciò nonostante, lo Stato non era proprio del tutto alla deriva né l’autorità consolare era completamente decaduta: ci avrebbe pensato lui, da solo, a salvaguardare la credibilità sua e del senato. Mentre era circondato dalla solita folla di ceffi esaltati, ordinò di arrestarne uno che era un ben noto trascinatore. Mentre i littori lo stvano portando via, questi si appellò. E il console non glielo avrebbe concesso (cosa poteva infatti scegliere il popolo?) se la sua ostinazione non si fosse piegata più davanti all’esperienza e all’autorità dei maggiorenti che alle urla del popolo, tanta era la forza che aveva ancora in corpo per sfidare l’impopolarità. Da quel momento in poi i dissapori peggiorarono giorno dopo giorno, non solo con manifestazioni pubbliche ma, sintomo ben più grave, con riunioni appartate e colloqui segreti. Alla fine, i consoli, così odiati dalla plebe, completarono il loro mandato: Servilio non incontrò i favori di nessuna delle due parti, Appio invece fu osannato dai senatori.