Traduzione di Paragrafo 25, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Proxima inde nocte Volsci, discordia Romana freti, si qua nocturna transitio proditiove fieri posset, temptant castra. Sensere vigiles; excitatus exercitus; signo dato concursum est ad arma; ita frustra id inceptum Volscis fuit. Reliquum noctis utrimque quieti datum. Postero die prima luce Volsci fossis repletis vallum invadunt. Iamque ob omni parte munimenta vellebantur, cum consul, quamquam cuncti undique et nexi ante omnes ut signum daret clamabant, experiendi animos militum causa parumper moratus, postquam satis apparebat ingens ardor, dato tandem ad erumpendum signo militem avidum certaminis emittit. Primo statim incursu pulsi hostes; fugientibus, quoad insequi pedes potuit, terga caesa; eques usque ad castra pavidos egit. Mox ipsa castra legionibus circumdatis, cum Volscos inde etiam pavor expulisset, capta direptaque. Postero die ad Suessam Pometiam quo confugerant hostes legionibus ductis, intra paucos dies oppidum capitur; captum praedae datum. Inde paulum recreatus egens miles; consul cum maxima gloria sua victorem exercitum Romam reducit. Decedentem Romam Ecetranorum Volscorum legati, rebus suis timentes post Pometiam captam, adeunt. His ex senatus consulto data pax, ager ademptus.

Traduzione all'italiano


Il console guida le truppe contro il nemico e si accampa a poca distanza da esso. La notte successiva, i Volsci, sperando che la discordia venutasi a creare a Roma favorisse diserzioni e tradimenti nelle tenebre, attaccano l’accampamento nemico. La cosa non sfuggì alle sentinelle che diedero subito l’allarme e, al primo segnale, tutti si precipitarono alle armi, vanificando così la sortita dei Volsci. Il resto della notte fu dedicato al sonno da entrambe le parti. Il giorno dopo, alle prime luci dell’alba, i Volsci riempiono i fossati e invadono le trincee. Quando stavano già per abbattere l’intera palizzata, il console, benché tutti gli uomini - e i debitori più di ogni altro - lo supplicassero di dare il segnale, indugiò qualche momento per metterne alla prova il coraggio. Quando non c’era più alcun dubbio sull’incrollabilità del loro ardore, diede finalmente il segnale d’attacco e fece uscire le sue truppe, impazienti di buttarsi nella mischia. Bastò il primo assalto per respingere il nemico. I fanti si lanciarono all’inseguimento dei fuggitivi, incalzandoli da dietro finché fu loro possibile. Il resto lo fecero i cavalieri, costringendoli a retrocedere, terrorizzati, fino all’accampamento. L’accampamento stesso, circondato dalle legioni e abbandonato dai Volsci in preda al panico, fu preso e devastato. L’indomani le truppe furono condotte contro Suessa Pomezia, dove i nemici si erano rifugiati: nello spazio di pochi giorni la città fu conquistata e si diede via libera alla razzia. Ciò permise ai soldati più indigenti di migliorare un po’ la loro condizione. Il console, carico di gloria, ricondusse a Roma l’esercito vincitore. Sulla strada una delegazione di Volsci di Ecetra, preoccupati per la propria sorte dopo la rotta di Pomezia, incontrò il console che si stava allontanando in direzione di Roma. Su decreto del senato venne loro concessa la pace, ma tolto il territorio.