Traduzione di Paragrafo 22, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Cum Volscorum gente Latino bello neque pax neque bellum fuerat; nam et Volsci comparaverant auxilia quae mitterent Latinis, ni maturatum ab dictatore Romano esset, et maturavit Romanus ne proelio uno cum Latino Volscoque contenderet. Hac ira consules in Volscum agrum legiones duxere. Volscos consilii poenam non metuentes necopinata res perculit; armorum immemores obsides dant trecentos principum a Cora atque Pometia liberos. Ita sine certamine inde abductae legiones. Nec ita multo post Volscis levatis metu suum rediit ingenium. Rursus occultum parant bellum, Hernicis in societatem armorum adsumptis. Legatos quoque ad sollicitandum Latium passim dimittunt; sed recens ad Regillum lacum accepta cladis Latinos ira odioque eius, quicumque arma suaderet, ne ab legatis quidem violandis abstinuit; comprehensos Volscos Romam duxere. Ibi traditi consulibus indicatumque est Volscos Hernicosque parare bellum Romanis. Relata re ad senatum adeo fuit gratum patribus ut et captivorum sex milia Latinis remitterent et de foedere, quod prope in perpetuum negatum fuerat, rem ad novos magistratus traicerent. Enimvero tum Latini gaudere facto; pacis auctores in ingenti gloria esse. Coronam auream Iovi donum in Capitolium mittunt. Cum legatis donoque qui captivorum remissi ad suos fuerant, magna circumfusa multitudo, venit. Pergunt domos eorum apud quem quisque servierant; gratias agunt liberaliter habiti cultique in calamitate sua; inde hospitia iungunt. Nunquam alias ante publice privatimque Latinum nomen Romano imperio coniunctius fuit.

Traduzione all'italiano


Con i Volsci non c’era stata, durante la guerra latina, né pace né aperta ostilità. Infatti sia i Volsci avevano messo insieme dei rinforzi armati che avrebbero inviato ai Latini se il dittatore romano non avesse accelerato le operazioni, sia quest’ultimo le accelerò per non doversi trovare a combattere contemporaneamente con Volsci e Latini. Indignati per questo comportamento, i consoli spinsero le legioni nel territorio dei Volsci. E i Volsci, non potendo prevedere una spedizione punitiva così immediata, furono presi alla sprovvista. Senza nemmeno abbozzare una reazione, consegnano come ostaggi trecento rampolli dell’aristocrazia di Cora e Pomezia. Così le legioni lasciarono il paese senza combattimenti. Ma non molto tempo dopo, i Volsci, una volta ripresisi dalla paura, tornano al loro comportamento abituale: si alleano militarmente con gli Ernici e fanno di nuovo preparativi segreti per la guerra. Mandano anche degli emissari qua e là per il Lazio a istigarne le popolazioni alla ribellione. Ma i Latini, dopo la disfatta del lago Regillo, avevano un solo sentimento nei confronti di chi avanzava proposte di guerra: l’odio più esasperato. Quindi non ebbero rispetto nemmeno per gli ambasciatori dei Volsci: li arrestarono e li portarono a Roma. Lì, dopo averli consegnati ai consoli, denunciarono i preparativi di guerra che Volsci ed Ernici stavano effettuando col progetto di aggredire Roma. All’annuncio della notizia i senatori ebbero una reazione così entusiastica da arrivare a rilasciare seduta stante seimila prigionieri latini e a rinviare ai nuovi magistrati il progetto di un trattato che in precedenza era stato negato per sempre. È ovvio che per i Latini fu una grande soddisfazione: i protagonisti di quella missione diplomatica ebbero riconoscimenti fuori del comune. Mandarono una corona d’oro in dono a Giove Capitolino. Insieme agli inviati che la portavano arrivò anche la massa debordante dei prigionieri restituiti ai loro cari. Dirigendosi verso le case dove ciascuno aveva prestato servizio, ringraziano della benigna accoglienza ricevuta durante il tempo della loro disgrazia e quindi instaurano rapporti di ospitalità con gli ex-padroni. Prima di quell’episodio, non c’era mai stata un’unione così profonda, sia in campo politico che in quello privato, tra la gente latina e lo Stato romano.