Traduzione di Paragrafo 16, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Consules M. Valerius P. Postumius. Eo anno bene pugnatum cum Sabinis; consules triumpharunt. Maiore inde mole Sabini bellum parabant. Adversus eos et ne quid simul ab Tusculo, unde etsi non apertum, suspectum tamen bellum erat, repentini periculi oreretur, P. Valerius quartum T. Lucretius iterum consules facti. Seditio inter belli pacisque auctores orta in Sabinis aliquantum inde virium transtulit ad Romanos. Namque Attius Clausus, cui postea Appio Claudio fuit Romae nomen, cum pacis ipse auctor a turbatoribus belli premeretur nec par factioni esset, ab Inregillo, magna clientium comitatus manu, Romam transfugit. His civitas data agerque trans Anienem; Vetus Claudia tribus - additis postea novis tribulibus - qui ex eo venirent agro appellati. Appius inter patres lectus, haud ita multo post in principum dignationem pervenit. Consules infesto exercitu in agrum Sabinum profecti cum ita vastatione, dein proelio adflixissent opes hostium ut diu nihil inde rebellionis timeri posset, triumphantes Romam redierunt. P. Valerius, omnium consensu princeps belli pacisque artibus, anno post Agrippa Menenio P. Postumio consulibus moritur, gloria ingenti, copiis familiaribus adeo exiguis, ut funeri sumptus deesset; de publico est datus. Luxere matronae ut Brutum. Eodem anno duae coloniae Latinae, Pometia et Cora, ad Auruncos deficiunt. Cum Auruncis bellum initum; fusoque ingenti exercitu, qui se ingredientibus fines consulibus ferociter obtulerat, omne Auruncum bellum Pometiam compulsum est. Nec magis post proelium quam in proelio caedibus temperatum est; et caesi aliquanto plures erant quam capti, et captos passim trucidaverunt; ne ab obsidibus quidem, qui trecenti accepti numero erant, ira belli abstinuit. Et hoc anno Romae triumphatum.

Traduzione all'italiano


Consoli Marco Valerio e Publio Postumio. Quell’anno si combatté con successo contro i Sabini e i due consoli ottennero il trionfo. Poi i Sabini si prepararono a una guerra di ben altre proporzioni. Per fronteggiare questo pericolo e per evitare altre imprevedibili minacce da parte degli abitanti di Tuscolo, i quali, pur senza aver dichiarato guerra sembrava avessero tutte le intenzioni di farlo, furono eletti consoli Publio Valerio, per la quarta volta, e Tito Lucrezio, alla sua seconda esperienza. In campo sabino, tra gli interventisti e i fautori della pace, esplose un contrasto e una buona parte di loro passò ai Romani. Infatti, Azio Clauso, in séguito conosciuto a Roma come Appio Claudio, capo del partito della pace, piegato dalle turbolenze degli interventisti e incapace di opporvi una qualche resistenza, abbandonò Inregillo e con un gruppo consistente di clienti si venne a stabilire a Roma. A loro fu concessa la cittadinanza e un appezzamento di terreno al di là dell’Aniene. In questa sede formarono quella che in séguito, grazie all’immissione di nuovi membri, venne chiamata la “vecchia tribù claudia”. Appio, accolto in senato, in breve tempo ne divenne uno dei membri più autorevoli. I consoli guidarono una campagna militare in territorio sabino, e tanto le devastazioni prima, quanto poi le disfatte inflitte in campo aperto al nemico furono così clamorose da rassicurare del tutto circa possibili future ribellioni in quella zona. A fine campagna i consoli tornarono a Roma in trionfo. L’anno successivo, durante il consolato di Menenio Agrippa e Publio Postumio, morì Publio Valerio, universalmente considerato il migliore degli strateghi e degli statisti. Pur avendo raggiunto il massimo degli onori, era così povero da non potersi pagare nemmeno il funerale che fu celebrato a spese dello Stato. Le donne lo piansero come avevano pianto Bruto. Quello stesso anno, due colonie latine, Pomezia e Cora, defezionano passando dalla parte degli Aurunci. Fu subito guerra. Dopo la disfatta di un ingente esercito aurunco andato ad affrontare con determinazione le truppe consolari che ne avevano invaso il territorio, l’intero conflitto si concentrò su Pomezia. Non ci fu un attimo di requie né prima né durante la battaglia. Il numero dei caduti superò di gran lunga quello dei prigionieri. E questi ultimi vennero passati per le armi senza troppe sottigliezze. Nessuna pietà nemmeno per i trecento ostaggi che erano stati consegnati. Anche quell’anno Roma vide un trionfo.