Traduzione di Paragrafo 15, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Sp. Larcius inde et T. Herminius, P. Lucretius inde et P. Valerius Publicola consules facti. Eo anno postremum legati a Porsenna de reducendo in regnum Tarquinio venerunt; quibus cum responsum esset missurum ad regem senatum legatos, missi confestim honoratissimus quisque ex patribus. Non quin breviter reddi responsum potuerit non recipi reges, ideo potius delectos patrum ad eum missos quam legatis eius Romae daretur responsum, sed ut in perpetuum mentio eius rei finiretur, neu in tantis mutuis beneficiis in vicem animi sollicitarentur, cum ille peteret quod contra libertatem populi Romani esset, Romani, nisi in perniciem suam faciles esse vellent, negarent cui nihil negatum vellent. Non in regno populum Romanum sed in libertate esse. Ita induxisse in animum, hostibus portas potius quam regibus patefacere; ea esse vota omnium ut qui libertati erit in illa urbe finis, idem urbi sit. Proinde si salvam esse vellet Romam, ut patiatur liberam esse orare. Rex verecundia victus "quando id certum atque obstinatum est" inquit, "neque ego obtundam saepius eadem nequiquam agendo, nec Tarquinios spe auxilii, quod nullum in me est, frustrabor. Alium hinc, seu bello opus est seu quiete, exsilio quaerant locum, ne quid meam vobiscum pacem distineat." Dictis facta amiciora adiecit; obsidum quod reliquum erat reddidit; agrum Veientem, foedere ad Ianiculum icto ademptum, restituit. Tarquinius spe omni reditus incisa exsulatum ad generum Mamilium Octavium Tusculum abiit. Romanis pax fida cum Porsenna fuit.

Traduzione all'italiano


Publio Lucrezio e Publio Valerio Publicola furono quindi eletti consoli. Quell’anno Porsenna fece l’ultimo tentativo diplomatico per restaurare i Tarquini sul trono. Poiché il senato rispose ai legati che avrebbe mandato un’ambasceria al re, furono subito inviati i senatori più eminenti. Non perché fosse difficile dare una risposta concisa (“Niente re a Roma”), ma piuttosto perché era meglio che una delegazione del senato la desse a lui personalmente piuttosto che ai suoi legati a Roma. Con una mossa del genere l’annosa questione non si sarebbe più presentata, né si sarebbe corso il rischio di rovinare i buoni rapporti tra i due popoli con un’irritazione reciproca. Irritazione per altro giustificatissima in quanto Porsenna chiedeva qualcosa di lesivo della libertà romana, mentre i Romani, a meno di fare dell’aperto autolesionismo, dovevano dire di no alla richiesta di un uomo cui non avrebbero voluto negare nulla. A Roma il tempo dei re era finito: ora c’era la libertà repubblicana. Perciò si era deciso di aprire le porte ai propri nemici piuttosto che ai re. Questo era il voto unanime di tutti: la fine della libertà sarebbe stata anche la fine di Roma. Se quindi gli stava a cuore il bene di Roma, lo pregavano di non calpestare la loro libertà. Vinto dal senso del rispetto, il re rispose: “Siccome vi vedo assolutamente irremovibili, non vi importunerò più su una questione senza vie d’uscita né illuderò più i Tarquini con la speranza di un aiuto che non è in mio potere garantirgli. Qualunque siano le loro intenzioni, risolvere il problema con la guerra o con la diplomazia, dovranno cercarsi un’altra sede per il loro esilio, in modo che nulla possa incrinare i nostri rapporti.” Le sue parole furono seguite da ulteriori dimostrazioni di amicizia: restituì gli ultimi ostaggi e il territorio di Veio avuto a séguito del trattato stipulato sul Gianicolo. Tarquinio, invece, persa ogni speranza di poter rientrare, si ritirò in esilio a Tuscolo, presso il genero Ottavio Mamilio. Così, tra i Romani e Porsenna la pace non ebbe più ostacoli.