Traduzione di Paragrafo 32 - La secessione della plebe, Libro 2 di Livio

Versione originale in latino


Timor inde patres incessit ne, si dimissus exercitus foret, rursus coetus occulti coniurationesque fierent. Itaque quamquam per dictatorem dilectus habitus esset, tamen quoniam in consulum verba iurassent sacramento teneri militem rati, per causam renovati ab Aequis belli educi ex urbe legiones iussere. Quo facto maturata est seditio. Et primo agitatum dicitur de consulum caede, ut solverentur sacramento; doctos deinde nullam scelere religionem exsolui, Sicinio quodam auctore iniussu consulum in Sacrum montem secessisse. Trans Anienem amnem est, tria ab urbe milia passuum. Ea frequentior fama est quam cuius Piso auctor est, in Aventinum secessionem factam esse. Ibi sine ullo duce vallo fossaque communitis castris quieti, rem nullam nisi necessariam ad victum sumendo, per aliquot dies neque lacessiti neque lacessentes sese tenuere. Pavor ingens in urbe, metuque mutuo suspensa erant omnia. Timere relicta ab suis plebis violentiam patrum; timere patres residem in urbe plebem, incerti manere eam an abire mallent: quamdiu autem tranquillam quae secesserit multitudinem fore? Quid futurum deinde si quod externum interim bellum exsistat? Nullam profecto nisi in concordia civium spem reliquam ducere; eam per aequa, per iniqua reconciliandam civitati esse. Placuit igitur oratorem ad plebem mitti Menenium Agrippam, facundum virum et quod inde oriundus erat plebi carum. Is intromissus in castra prisco illo dicendi et horrido modo nihil aliud quam hoc narrasse fertur: tempore quo in homine non ut nunc omnia in unum consentiant, sed singulis membris suum cuique consilium, suus sermo fuerit, indignatas reliquas partes sua cura, suo labore ac ministerio ventri omnia quaeri, ventrem in medio quietum nihil aliud quam datis voluptatibus frui; conspirasse inde ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes quae acciperent conficerent. Hac ira, dum ventrem fame domare vellent, ipsa una membra totumque corpus ad extremam tabem venisse. Inde apparuisse ventris quoque haud segne ministerium esse, nec magis ali quam alere eum, reddentem in omnes corporis partes hunc quo vivimus vigemusque, divisum pariter in venas maturum confecto cibo sanguinem. Comparando hinc quam intestina corporis seditio similis esset irae plebis in patres, flexisse mentes hominum.

Traduzione all'italiano


I patrizi temevano che, una ovlta congedati i soldati, sorgessero di nuovo gruppi clandestini e venissero organizzate congiure. E dunque, pensando che i soldati, poiché avevano giurato nelle mani del console (anche se la leva era stata fatta dal dittatore) si sentissero vincolati da tale giuramento, col pretesto che gli Equi avevano ricominciato la guerra, diedero ordine di fare uscire le legioni da Roma. Tale provvedimento affrettò la rivolta. Si racconta che in un primo momeno i soldati accarezzassero l'idea di uccidere il console per sentirsi sciolti dal giuramento, poi però, consapevoli che un vincolo sacro non veniva certo sciolto da un deltto, su proposta di un tal Sicinio, contro l'ordine dei consoli, si ritirarono sul Monte Sacro, che si trova oltre l'Aniene a tre miglia dalla città. Questa tradizione è più comune dell'altra, di cui è autore Pisone, secondo cui la secessione avvenne sull'Aventino. Rimasero lì tranquilli per alcuni giorni, senza eleggere un capo, limitandosi a rafforzare l'accampamento con trincee e palizzate: non sottrassero nulla, se non il necessario per vivere e non commisero né subirono alcuna violenza. Grande fu lo spavento a Roma: ogni attività era sospesa per la reciproca paura. La plebe, abbandonata dai suoi, temeva la violenza dei nobili; i nobili temevano i plebei che erano rimasti in città e non sapevano se preferire che rimanessero o che se ne andassero anche loro. Fino a quando sarebbe rimasta tranquilla la massa che aveva operato la secessione? Che sarebbe poi accaduto se nel frattempo fosse scoppiata una guerra esterna? I nobili pensavano che non ci fosse speranza nel futuro se non nella concordia dei cittadini: essa doveva quindi essere restituita alla città a qualsiasi condizione, vantaggiosa o svantaggiosa che fosse. Decisero dunque di mandare come ambasciatore Menenio Agrippa, un uomo abile a parlare e caro alla plebe, poiché da essa traeva la sua origine. Si narra che egli, introdotto nell'accampamento, con quell'eloquenza rozza e disadorna che era propria degli antichi, si limitò a fare questo racconto: "Un tempo, quando nel corpo umano non c'era, come oggi, piena intesa fra tutte le sue parti, ma ogni membro era autonomo e poteva autonomamente parlare, le altri parti protestarono indignate, per il fatto che tutto il frutto delle loro fatiche e del loro lavoro andava a vantaggio del ventre, mentre il ventre, ozioso al centro del corpo, nient'altro faceva che godersi i piaceri che gli venivano procurati. Si accordarono quindi che la mano non portasse il cibo alla bocca, che la bocca non ricevesse quanto le veniva dato, che i denti non triturassero ciò che ricevevano. In seguito a questo gesto d'ira, mentre avrebbe voluto umiliare il ventre, insieme a lui, le stesse membra e l'intero corpo giunsero ad uno sfinimento mortale. Apparve quindi chiaro che anche quella del ventre non era una funzione oziosa e che esso non riceveva nutrimento più di quanto non ne distribuisse a sua volta: assimilato il cibo, restituiva infatti in tutte le parti del corpo, ugualmente suddiviso nelle vene, il sangue, grazie al quale abbiamo vita e vigore". Con questo racconto, facendo notare quanto la rivolta interna del corpo fosse simile al gesto d'ira della plebe contro i nobili, (Menenio Agrippa) riuscì a placare gli animi.