Traduzione di Paragrafo 7, Libro 10 di Livio

Versione originale in latino


Certatum tamen suadenda dissuadendaque lege inter Ap. Claudium maxime ferunt et inter P. Decium Murem. Qui cum eadem ferme de iure patrum ac plebis quae pro lege Licinia quondam contraque eam dicta erant cum plebeiis consulatus rogabatur disseruissent, rettulisse dicitur Decius parentis sui speciem, qualem eum multi qui in contione erant viderant, incinctum Gabino cultu super telum stantem, quo se habitu pro populo ac legionibus Romanis devovisset: tum P. Decium consulem purum piumque deis immortalibus visum aeque ac si T. Manlius collega eius devoveretur; eundem P. Decium qui sacra publica populi Romani faceret legi rite non potuisse? Id esse periculum ne suas preces minus audirent di quam Ap. Claudi? Castius eum sacra privata facere et religiosius deos colere quam se? Quem paenitere votorum quae pro re publica nuncupaverint tot consules plebeii, tot dictatores, aut ad exercitus euntes aut inter ipsa bella? Numerarentur duces eorum annorum, quibus plebeiorum ductu et auspicio res geri coeptae sint; numerarentur triumphi; iam ne nobilitatis quidem suae plebeios paenitere. Pro certo habere, si quod repens bellum oriatur, non plus spei fore senatui populoque Romano in patriciis quam in plebeiis ducibus. "quod cum ita se habeat, cui deorum hominumve indignum videri potest" inquit, "eos viros, quos vos sellis curulibus, toga praetexta, tunica palmata, et toga picta et corona triumphali laureaque honoraritis, quorum domos spoliis hostium adfixis insignes inter alias feceritis, pontificalia atque auguralia insignia adicere? Qui Iovis optimi maximi ornatu decoratus, curru aurato per urbem vectus in Capitolium ascenderit, is <non> conspiciatur cum capide ac lituo, <cum> capite velato victimam caedet auguriumve ex arce capiet? Cuius <in> imaginis titulo consulatus censuraque et triumphus aequo animo legetur, si auguratum aut pontificatum adieceritis, non sustinebunt legentium oculi? Equidem - pace dixerim deum - eos nos iam populi Romani beneficio esse spero, qui sacerdotiis non minus reddamus dignatione nostra honoris quam acceperimus et deorum magis quam nostra causa expetamus ut quos privatim colimus publice colamus.

Traduzione all'italiano


Tuttavia si aprì il dibattito tra i fautori e gli oppositori della legge, e in particolare fra Appio Claudio e Publio Decio Mure. Dopo essersi confrontati discutendo sui diritti del patriziato e della plebe, e ricorrendo più o meno agli stessi argomenti usati ai tempi della legge Licinia, proprio nel momento in cui veniva chiesta l'ammissione della plebe al consolato, pare che Decio abbia rievocato la figura del padre, quale molti dei presenti avevano avuto modo di vedere in carne e ossa, quando aveva offerto in voto la propria vita per il popolo e per l'esercito romano, con i piedi sulla lancia e indosso la toga portata alla maniera di Gabi. Diceva che in quel momento il console Publio Decio era parso pio e puro agli dèi immortali, allo stesso modo in cui sarebbe apparso il suo collega Tito Manlio nel caso in cui si fosse lui offerto in voto. Forse che quello stesso Publio Decio non avrebbe potuto essere regolarmente scelto per celebrare i riti sacri del popolo romano? C'era forse il rischio che gli dèi non ascoltassero le sue preghiere come quelle di Appio Claudio? Forse Appio era più devoto nella pratica dei culti privata e onorava gli dèi in maniera più conforme al rito di quanto non facesse lui? Chi si era mai lamentato dei voti pronunciati a nome dello Stato da tanti consoli e da tanti dittatori plebei prima di partire per la guerra e durante la guerra? Che andassero a passare in rassegna i comandanti di quegli anni, da quando cioè le guerre avevano cominciato a essere affidate al comando e agli auspici dei plebei. Che andassero a contare i trionfi ottenuti: ormai i plebei non dovevano più lamentarsi nemmeno di essere inferiori quanto a nobiltà di sangue. Decio era sicuro che, se fosse scoppiata una guerra sul momento, il senato e il popolo romano non avrebbero fatto affidamento sui comandanti patrizi più che sui plebei. "E visto che le cose stanno in questi termini", aggiunse, "chi tra gli uomini e gli dèi può considerare indegno il fatto che le insegne di àuguri e pontefici vengano attribuite a quei gentiluomini che voi avete insignito delle sedie curuli, della toga pretesta, della tunica palmata, della toga ricamata, della corona trionfale e dell'alloro, le cui case avete adornato con le spoglie nemiche appese alle pareti? L'uomo che ha attraversato la città sul cocchio dorato ed è salito fin sul Campidoglio con indosso la veste onorata di Giove Ottimo Massimo non potrà forse farsi vedere con la coppa e il lituo, quando ucciderà le vittime col capo coperto dal velo e prenderà gli auspici dall'alto della cittadella? Se nell'iscrizione ai piedi del busto voi leggete senza rimanere sconvolti la menzione del consolato, della censura e del trionfo, pensate che i vostri occhi non sopporteranno di vedervi aggiunta quella dell'augurato e del pontificato? A essere sincero - e possano gli dèi accogliere bene le mie parole - sono fermamente convinto che noi, grazie al popolo romano, ci troviamo ormai in una posizione tale da garantire alle cariche sacerdotali, in virtù dei meriti acquisiti, non minor prestigio di quanto esse ne riceveranno da noi, e da poter chiedere, nell'interesse degli dèi più che nel nostro, di celebrare il culto pubblico di quelle divinità che noi veneriamo in privato.