Traduzione di Paragrafo 43, Libro 10 di Livio

Versione originale in latino


Eadem fortuna ab altero consule ad Cominium gesta res. Prima luce ad moenia omnibus copiis admotis corona cinxit urbem subsidiaque firma ne qua eruptio fieret portis opposuit. Iam signum dantem eum nuntius a collega trepidus de viginti cohortium adventu et ab impetu moratus est et partem copiarum revocare instructam intentamque ad oppugnandum coegit. D. Brutum Scaevam legatum cum legione prima et decem cohortibus alariis equitatuque ire adversus subsidium hostium iussit: quocumque in loco fuisset obvius, obsisteret ac moraretur manumque, si forte ita res posceret, conferret, modo ne ad Cominium eae copiae admoveri possent. Ipse scalas ferri ad muros ab omni parte urbis iussit ac testudine ad portas successit; simul et refringebantur portae et vis undique in muros fiebat. Samnites sicut, antequam in muris viderent armatos, satis animi habuerunt ad prohibendos urbis aditu hostes, ita, postquam iam non ex intervallo nec missilibus sed comminus gerebatur res et qui aegre successerant ex plano in muros, loco quem magis timuerant victo, facile in hostem imparem ex aequo pugnabant, relictis turribus murisque in forum omnes compulsi paulisper inde temptaverunt extremam pugnae fortunam; deinde abiectis armis ad undecim milia hominum et quadringenti in fidem consulis venerunt; caesa ad quattuor milia octingenti octoginta. Sic ad Cominium, sic ad Aquiloniam gesta res; in medio inter duas urbes spatio, ubi tertia exspectata erat pugna, hostes non inventi. Septem milia passuum cum abessent a Cominio, revocati ab suis neutri proelio occurrerunt. Primis ferme tenebris, cum in conspectu iam castra, iam Aquiloniam habuissent, clamor eos utrimque par accidens sustinuit; deinde regione castrorum, quae incensa ab Romanis erant, flamma late fusa certioris cladis indicio progredi longius prohibuit; eo ipso loco temere sub armis strati passim inquietum omne tempus noctis exspectando timendoque lucem egere. Prima luce incerti quam in partem intenderent iter repente in fugam consternantur conspecti ab equitibus, qui egressos nocte ab oppido Samnites persecuti viderant multitudinem non vallo, non stationibus firmatam. Conspecta et ex muris Aquiloniae ea multitudo erat iamque etiam legionariae cohortes sequebantur; ceterum nec pedes fugientes persequi potuit et ab equite novissimi agminis ducenti ferme et octoginta interfecti; arma multa pavidi ac signa militaria duodeviginti reliquere; alio agmine incolumi, ut ex tanta trepidatione, Bovianum perventum est.

Traduzione all'italiano


La stessa fortuna ebbe l'altro console nelle operazioni intorno a Cominio. Alle prime luci del giorno, avvicinate le truppe alle mura, circondò l'intero perimetro della città e fece rinforzare le guarnigioni intorno alle porte, per evitare ogni genere di sortita. Stava già per dare il segnale di battaglia, quando arrivò trafelato il messaggero inviatogli dal collega con l'annuncio che le venti coorti nemiche si stavano avvicinando. La notizia lo trattenne dal lanciarsi all'assalto, costringendolo a richiamare parte delle truppe già schierate e pronte ad attaccare la città. Al luogotenente Decimo Bruto Scevola diede ordine di scagliarsi contro i rinforzi nemici con la prima legione, dieci coorti e la cavalleria: doveva bloccarli e trattenerli dovunque vi si fosse imbattuto, arrivando a scendere in battaglia se le circostanze lo richiedevano, in maniera tale che quelle forze non raggiungessero Cominio. Personalmente fece quindi accostare le scale alle mura in ogni settore della città, avvicinandosi alle porte dopo aver inquadrato i suoi in formazione a testuggine: nello stesso istante vennero abbattute le porte e scalate le mura. I Sanniti, se prima di vedere sulle mura dei soldati con le armi in pugno mantennero il coraggio necessario per fronteggiare i Romani, ora che lo scontro non avveniva più a distanza né con armi da lancio, ma corpo a corpo, e i Romani, saliti a fatica sulle mura, una volta superato lo svantaggio naturale della posizione (era questo che temevano di più), combattevano in scioltezza e a parità di condizioni con un nemico inferiore, abbandonarono le torri e le mura, e si andarono ad ammassare tutti nel foro, dove per qualche tempo diedero vita a un estremo tentativo di risollevare le sorti della battaglia. Alla fine deposero però le armi, arrendendosi senza condizioni al console in numero di circa 11.400. I caduti erano stati invece circa 4.880. Fu questo l'andamento delle operazioni a Cominio e ad Aquilonia. Nella zona tra le due città, dove si prevedeva ci sarebbe stata una terza battaglia, non ci si imbatté nei nemici: richiamati indietro dai compagni quando erano a sette miglia da Cominio, non parteciparono a nessuna delle due battaglie. Stava quasi per calare la notte, e mentre vedevano già sia l'accampamento sia Aquilonia, il frastuono che giungeva da entrambe le parti li fece fermare. Poi la vista delle fiamme, segnale inequivocabile della disfatta, che si levavano per largo tratto dall'accampamento incendiato dai Romani, li trattenne dall'avanzare ulteriormente. Dopo essersi stesi disordinatamente a terra là dove si trovavano, con le armi indosso, trascorsero nell'angoscia l'intera nottata, attendendo terrorizzati la luce del giorno. All'alba, quando non sapevano da che parte dirigersi, avvistati dai cavalieri, che sulle tracce dei Sanniti usciti nottettempo dalla città avevano individuato una massa di uomini sprovvista di protezioni difensive e di guarnigioni armate, si diedero immediatamente alla fuga. Quel gruppo di soldati era stato avvistato anche dalle mura di Aquilonia, nonché da reparti di fanteria messisi sulle loro tracce. I fanti non riuscirono però a raggiungere i fuggiaschi, mentre i cavalieri eliminarono circa 280 uomini della retroguardia. Nel panico i nemici abbandonarono molte delle armi e diciotto insegne militari. Il resto della schiera arrivò sano e salvo a Boviano, per quanto fu possibile in tutta quella confusione.