Traduzione di Paragrafo 40, Libro 10 di Livio

Versione originale in latino


Haec comperta perfugarum indiciis cum apud infensos iam sua sponte milites disseruisset, simul divinae humanaeque spei pleni clamore consentienti pugnam poscunt; paenitet in posterum diem dilatum certamen; moram diei noctisque oderunt. Tertia vigilia noctis iam relatis litteris a collega Papirius silentio surgit et pullarium in auspicium mittit. Nullum erat genus hominum in castris intactum cupiditate pugnae; summi infimique aeque intenti erant; dux militum, miles ducis ardorem spectabat. Is ardor omnium etiam ad eos qui auspicio intererant pervenit; nam cum pulli non pascerentur, pullarius auspicium mentiri ausus tripudium solistimum consuli nuntiavit. Consul laetus auspicium egregium esse et deis auctoribus rem gesturos pronuntiat signumque pugnae proponit. Exeunti iam forte in aciem nuntiat perfuga viginti cohortes Samnitium - quadringenariae ferme erant - Cominium profectas. Quod ne ignoraret collega, extemplo nuntium mittit; ipse signa ocius proferri iubet. Subsidia suis quaeque locis et praefectos subsidiis attribuerat; dextro cornu L. Volumnium, sinistro L. Scipionem, equitibus legatos alios, C. Caedicium et <T.> Trebonium, praefecit; Sp. Nautium mulos detractis clitellis cum <tribus> cohortibus alariis in tumulum conspectum propere circumducere iubet atque inde inter ipsam dimicationem quanto maxime posset motu pulveris se ostendere. Dum his intentus imperator erat, altercatio inter pullarios orta de auspicio eius diei exauditaque ab equitibus Romanis, qui rem haud spernendam rati Sp. Papirio, fratris filio consulis, ambigi de auspicio renuntiaverunt. Iuvenis ante doctrinam deos spernentem natus rem inquisitam ne quid incompertum deferret ad consulem detulit. Cui ille: "tu quidem macte virtute diligentiaque esto; ceterum qui auspicio adest, si quid falsi nuntiat, in semet ipsum religionem recipit; mihi quidem tripudium nuntiatum, populo Romano exercituique egregium auspicium est." Centurionibus deinde imperavit uti pullarios inter prima signa constituerent. Promovent et Samnites signa; insequitur acies ornata armataque, ut hostibus quoque magnificum spectaculum esset. Priusquam clamor tolleretur concurrereturque, emisso temere pilo ictus pullarius ante signa cecidit; quod ubi consuli nuntiatum est, "di in proelio sunt" inquit; "habet poenam noxium caput." Ante consulem haec dicentem corvus voce clara occinuit; quo laetus augurio consul, adfirmans nunquam humanis rebus magis praesentes interfuisse deos, signa canere et clamorem tolli iussit.

Traduzione all'italiano


Esposte queste cose - di cui era venuto a conoscenza tramite le rivelazioni dei disertori - di fronte a uomini già infiammati dal risentimento, questi ultimi, pieni di speranze sia negli dèi sia negli uomini, chiesero all'unisono battaglia, rammaricandosi che lo scontro fosse rinviato al giorno successivo e trovando intollerabile il ritardo di un giorno e di una notte. Passata la mezzanotte, quando gli venne riferita la risposta del collega, Papirio si alzò in silenzio e ordinò all'aruspice addetto ai polli di trarre gli auspici. Nel campo non c'era un solo uomo che non ardesse dal desiderio di combattere, e dai gradi più alti a quelli più subalterni tutti avevano dentro la stessa fiamma: il comandante guardava alla determinazione dei soldati, i soldati a quella del comandante. Questo diffuso spirito venne trasmesso anche a quanti stavano passando in rassegna gli auspici: infatti, anche se i polli non stavano affatto mangiando, l'aruspice giunse a falsare l'auspicio e annunciò al console un pasto quanto mai favorevole. Felicissimo il console riferì ai suoi che gli auspici erano eccellenti e che avrebbero combattuto col favore degli dèi; diede così il segnale di battaglia. Mentre stava già per uscire dall'accampamento, un disertore riferì che venti coorti sannite di circa 400 uomini l'una erano partite alla volta di Cominio. Il console inviò sùbito un messaggio al collega per informarlo della cosa; ordinò poi di accelerare le operazioni. Distribuì i riservisti nelle posizioni più adatte e assegnò loro i rispettivi ufficiali. A capo dell'ala destra piazzò Lucio Volumnio, alla sinistra Lucio Scipione, affidando la cavalleria ad altri luogotenenti, Gaio Cedicio e Tito Trebonio. A Spurio Nauzio diede disposizione di far togliere i basti ai muli e di portarli in fretta, insieme ad alcune coorti di ausiliarii, su un'altura ben visibile; gli ordinò di farsi notare, a combattimento iniziato, alzando un polverone quanto più fitto possibile. Mentre il comandante sbrigava queste disposizioni operative, tra gli aruspici sorse una controversia circa gli auspici tratti quel giorno, e la lite arrivò alle orecchie di alcuni cavalieri romani che, pensando non fosse una questione priva di rilievo, ne riferirono a Spurio Papirio, figlio del fratello del console, dicendogli che erano sorte contestazioni sugli auspici. Quel giovane, nato prima della dottrina che insegna a disprezzare gli dèi, si informò sui fatti, per evitare di riferire solo dicerie prive di fondamento, poi riportò la cosa al console. Questi gli rispose così: "Onore alla tua virtù e al tuo zelo. Però, se quanti traggono gli auspici dànno falsi annunci, essi attirano su di sé la maledizione divina. A me è stato annunciato un pasto consumato con grande voracità, ciò che rappresenta un ottimo auspicio per l'esercito e il popolo romano". Ordinò così ai centurioni di schierare gli aruspici nelle prime file. Anche i Sanniti fecero avanzare le loro insegne, seguite dagli uomini con le loro armature splendenti, uno spettacolo straordinario anche per i nemici. Prima dell'urlo di guerra e dell'inizio delle ostilità, l'aruspice addetto ai polli, colpito da un giavellotto lanciato a caso, cadde nelle prime file. Quando la cosa venne riferita al console, questi commentò così: "Gli dèi sono presenti sul campo di battaglia: il colpevole è stato punito". Mentre il console pronunciava queste parole, un corvò gracchiò ad alta voce lì davanti a lui. Felice per questo segno beneagurante, il console ordinò di suonare il segnale di attacco e di alzare il grido di guerra, affermando che mai in passato gli dèi erano intervenuti con maggior tempestività nelle vicende umane.