Traduzione di Paragrafo 4, Libro 10 di Livio

Versione originale in latino


Nuntiata ea clades Romam maiorem quam res erat terrorem excivit; nam ut exercitu deleto ita iustitium indictum, custodiae in portis, vigiliae vicatim exactae, arma, tela in muros congesta. Omnibus iunioribus sacramento adactis dictator ad exercitum missus omnia spe tranquilliora et composita magistri equitum cura, castra in tutiorem locum redacta, cohortes quae signa amiserant extra vallum sine tentoriis destitutas invenit, exercitum avidum pugnae, quo maturius ignominia aboleretur. Itaque confestim castra inde in agrum Rusellanum promovit. Eo et hostes secuti, quamquam ex bene gesta re summam et in aperto certamine virium spem habebant, tamen insidiis quoque, quas feliciter experti erant, hostem temptant. Tecta semiruta vici per vastationem agrorum deusti haud procul castris Romanorum aberant. Ibi abditis armatis pecus in conspectu praesidii Romani, cui praeerat Cn. Fulvius legatus, propulsum. Ad quam inlecebram cum moveretur nemo ab Romana statione, pastorum unus progressus sub ipsas munitiones inclamat alios, cunctanter ab ruinis vici pecus propellentes, quid cessarent cum per media castra Romana tuto agere possent. Haec cum legato Caerites quidam interpretarentur et per omnes manipulos militum indignatio ingens esset nec tamen iniussu movere auderent, iubet peritos linguae attendere animum, pastorum sermo agresti an urbano propior esset. Cum referrent sonum linguae et corporum habitum et nitorem cultiora quam pastoralia esse, "ite igitur, dicite" inquit, "detegant nequiquam conditas insidias: omnia scire Romanum nec magis iam dolo capi quam armis vinci posse." Haec ubi audita sunt et ad eos qui consederant in insidiis perlata, consurrectum repente ex latebris est et in patentem ad conspectum undique campum prolata signa. Visa legato maior acies quam quae ab suo praesidio sustineri posset; itaque propere ad dictatorem auxilia accitum mittit; interea ipse impetus hostium sustinet.

Traduzione all'italiano


Quando la sconfitta venne annunciata a Roma, la reazione fu un panico sproporzionato alla realtà dei fatti. Come se l'esercito fosse stato fatto a pezzi, venne proclamata la sospensione delle attività giudiziarie, vennero piazzate sentinelle alle porte e fissati turni di vigilanza nei vari quartieri, mentre lungo il perimetro delle mura furono accumulati armi e proiettili. Dopo aver costretto tutti i giovani a prestare giuramento militare, il dittatore raggiunse l'esercito e trovò che la situazione era meno preoccupante di quanto non si aspettasse, e che il maestro di cavalleria aveva curato di rimettere tutto a posto: il campo era stato trasferito in un punto più sicuro, le coorti che avevano perduto le insegne erano state collocate al di là della trincea e non avevano tende, mentre l'esercito era impaziente di gettarsi nella mischia per riscattare quanto prima l'onta subita. Il dittatore fece pertanto spostare il campo più avanti, nel territorio di Ruselle. I nemici lo seguirono e, pur nutrendo dopo la vittoria grosse speranze di avere la meglio anche in un confronto in campo aperto, ciò non ostante ricorsero di nuovo alla tecnica dell'imboscata, di cui già si erano avvalsi con successo. Non lontano dall'accampamento romano c'erano le case diroccate di un villaggio messo a ferro e fuoco nel corso dei saccheggi alle campagne. I soldati nemici vi si andarono a nascondere, spingendo del bestiame di fronte a un presidio romano comandato dal luogotenente Gneo Fulvio. Poiché dalla postazione romana nessuno si lasciava attirare dall'esca, uno dei pastori arrivò fin sotto i dispositivi di difesa romani e gridando domandò ai compagni impegnati a sospingere con grande esitazione il bestiame fuori dai ruderi del villaggio che cosa avessero mai da aspettare, dato che potevano tranquillamente far passare gli animali attraverso l'accampamento romano. Alcuni soldati provenienti da Cere tradussero queste parole al luogotenente suscitando grande sdegno nei soldati di tutti i reparti, i quali però non osavano prendere alcuna iniziativa senza l'ordine del comandante; quest'ultimo ordinò allora agli interpreti di prestare attenzione se la lingua parlata da quei pastori fosse più simile a quella delle campagne o a quella di città. Quando gli venne riferito che l'inflessione della parlata, l'aspetto esteriore e la carnagione erano troppo raffinati per dei pastori, egli disse: "Andate, dite pure che rivelino il tranello che hanno cercato invano di nascondere: ormai i Romani sono al corrente di tutto, e ingannarli è difficile quanto superarli con le armi". Quando i sedicenti pastori sentirono queste parole e le andarono a riferire agli uomini pronti all'imboscata, i nemici saltarono immediatamente fuori dai nascondigli, e avanzarono in assetto da guerra verso la pianura che si apriva alla vista nella sua estensione. L'esercito schierato diede al luogotenente l'impressione di essere troppo massiccio perché il suo presidio fosse in grado di affrontarlo. Per questo mandò in fretta a chiedere aiuti al dittatore, sostenendo nel frattempo da solo l'urto dei nemici.