Traduzione di Paragrafo 33, Libro 10 di Livio

Versione originale in latino


Consul tumultu excitus cohortes duas sociorum, Lucanam Suessanamque, quae proximae forte erant, tueri praetorium iubet; manipulos legionum principali via inducit. Vixdum satis aptatis armis in ordines eunt et clamore magis quam oculis hostem noscunt nec quantus numerus sit aestimari potest. Cedunt primo incerti fortunae suae et hostem introrsum in media castra accipiunt; inde, cum consul vociferaretur expulsine extra vallum castra deinde sua oppugnaturi essent [rogitans], clamore sublato conixi primo resistunt, deinde inferunt pedem urgentque et impulsos semel terrore eodem [agunt] quo coeperunt expellunt extra portam vallumque. Inde pergere ac persequi, quia turbida lux metum circa insidiarum faciebat, non ausi, liberatis castris contenti receperunt se intra vallum trecentis ferme hostium occisis. Romanorum stationis primae [vigiliumque] et eorum qui circa quaestorium oppressi periere ad septingentos triginta. Animos inde Samnitibus non infelix audacia auxit et non modo proferre inde castra Romanum sed ne pabulari quidem per agros suos patiebantur; retro in pacatum Soranum agrum pabulatores ibant. Quarum rerum fama, tumultuosior etiam quam res erant, perlata Romam coegit L. Postumium consulem vixdum validum proficisci ex urbe. Prius tamen quam exiret militibus edicto Soram iussis convenire ipse aedem Victoriae, quam aedilis curulis ex multaticia pecunia faciendam curaverat, dedicavit. Ita ad exercitum profectus, ab Sora in Samnium ad castra collegae perrexit. Inde postquam Samnites diffisi duobus exercitibus resisti posse recesserunt, diversi consules ad vastandos agros urbesque oppugnandas discedunt.

Traduzione all'italiano


Svegliato dalle grida, il console ordinò a due coorti di alleati - una composta di Lucani e l'altra di Suessani - che casualmente erano le più vicine, di difendere il pretorio, e si mise a capo dei manipoli delle legioni sulla via principale. Dopo aver cinto in qualche modo le armi, gli uomini si inquadrarono nei reparti, riconoscendo i nemici più con l'udito che con la vista, senza che fosse possibile valutarne la consistenza numerica. Sulle prime indietreggiarono, non riuscendo a rendersi conto di quanto stava succedendo, e lasciarono che il nemico penetrasse fino al centro dell'accampamento. Ma poi, siccome il console gridando chiedeva se aspettassero di farsi cacciare dalla trincea per poi espugnare quello che era il loro accampamento, dopo aver levato il grido di battaglia, profondendo il massimo delle sforzo riuscirono sulle prime a resistere, poi ad avanzare e premere il nemico. Una volta respintolo, senza lasciargli il tempo di riprendersi dalla sorpresa, lo risospinsero fuori della porta e della trincea. Poi, mancando loro il coraggio di gettarsi all'inseguimento, dato che la mancanza di visibilità faceva temere il rischio di un agguato nei pressi, soddisfatti di aver liberato l'accampamento, si ritirarono all'interno della trincea. Avevano ucciso circa 300 nemici. Le perdite romane ammontarono a circa 730 unità, fra gli uomini del primo posto di guardia e quelli sorpresi intorno alla tenda del questore. Questo episodio non certo privo di efficacia ridiede coraggio ai Sanniti, che non solo impedirono ai Romani di avanzare, ma anche di andare a rifornirsi di viveri nel loro territorio: gli uomini addetti al vettovagliamento erano costretti a tornare indietro nella zona assoggettata di Sora. La notizia dell'episodio, descritto a Roma in termini più allarmanti di quanto in realtà non fosse, spinse il console Lucio Postumio appena uscito dalla malattia a partire dalla città. Comunque, prima di mettersi in marcia, dopo aver dato ordine ai soldati di concentrarsi a Sora, inaugurò il tempio della Vittoria, che aveva fatto edificare in qualità di edile curule usando il denaro ricavato dalle ammende. Ricongiuntosi poi con l'esercito a Sora, di lì raggiunse il campo del collega nel Sannio. I Sanniti allora si ritirarono, non avendo più speranze di poter fronteggiare con successo i due eserciti, e i consoli si misero in marcia in direzioni diverse con l'intento di mettere a ferro e fuoco le campagne e di attaccare i centri abitati.