Traduzione di Paragrafo 31, Libro 10 di Livio

Versione originale in latino


His ita rebus gestis nec in Samnitibus adhuc nec in Etruria pax erat; nam et Perusinis auctoribus post deduc tum ab consule exercitum rebellatum fuerat et Samnites praedatum in agrum Vescinum Formianumque et parte alia in Aeserninum quaeque Volturno adiacent flumini descendere. Adversus eos Ap. Claudius praetor cum exercitu Deciano missus. Fabius in Etruria rebellante denuo quattuor milia et quingentos Perusinorum occidit, cepit ad mille septingentos quadraginta, qui redempti singuli aeris trecentis decem; praeda alia omnis militibus concessa. Samnitium legiones, cum partem Ap. Claudius praetor, partem L. Volumnius pro consule sequeretur, in agrum Stellatem convenerunt; ibi ad Caiatiam omnes considunt et Appius Volumniusque castra coniungunt. Pugnatum infestissimis animis, hinc ira stimulante adversus rebellantes totiens, illinc ab ultima iam dimicantibus spe. Caesa ergo Samnitium sedecim milia trecenti, capta duo milia septingenti; ex Romano exercitu cecidere duo milia septingenti. Felix annus bellicis rebus, pestilentia gravis prodigiisque sollicitus; nam et terram multifariam pluvisse et in exercitu Ap. Claudi plerosque fulminibus ictos nuntiatum est; librique ob haec aditi. Eo anno Q. Fabius Gurges consulis filius aliquot matronas ad populum stupri damnatas pecunia multavit; ex multaticio aere Veneris aedem quae prope Circum est faciendam curavit. Supersunt etiam nunc Samnitium bella, quae continua per quartum iam volumen annumque sextum et quadragesimum a M. Valerio A. Cornelio consulibus, qui primi Samnio arma intulerunt, agimus; et ne tot annorum clades utriusque gentis laboresque actos nunc referam, quibus nequiverint tamen dura illa pectora vinci, proximo anno Samnites in Sentinati agro, in Paelignis, ad Tifernum, Stellatibus campis, suis ipsi legionibus, mixti alienis, ab quattuor exercitibus, quattuor ducibus Romanis caesi fuerant; imperatorem clarissimum gentis suae amiserant; socios belli, Etruscos, Umbros, Gallos, in eadem fortuna videbant qua ipsi erant; nec suis nec externis viribus iam stare poterant, tamen bello non abstinebant. Adeo ne infeliciter quidem defensae libertatis taedebat et vinci quam non temptare victoriam malebant. Quinam sit ille quem pigeat longinquitatis bellorum scribendo legendoque quae gerentes non fatigaverunt?

Traduzione all'italiano


Pur avendo conseguito questi successi, né in Etruria né nel Sannio c'era ancora la pace: infatti, dopo il ritiro dell'esercito voluto dal console, i Perugini avevano riaperto le ostilità e i Sanniti erano scesi a compiere saccheggi in parte nel territorio di Vescia e di Formia, e in parte nella zona di Isernia e nella valle del Volturno. A fronteggiarli venne inviato il pretore Appio Claudio con l'esercito di Decio. Fabio, ritornato in Etruria per il riaccendersi delle ostilità, uccise 4.500 Perugini e ne catturò circa 1.740, che vennero riscattati al prezzo di 310 assi a testa: il resto del bottino raccolto venne lasciato ai soldati. Le truppe sannite, delle quali una parte aveva alle calcagna il pretore Appio Claudio mentre l'altra Lucio Volumnio, raggiunsero l'agro Stellate; lì si accamparono nei pressi di Caiazia le forze sannite riunite, mentre Appio e Volumnio allestirono un unico accampamento. Si combatté con estremo accanimento, perché i Romani erano spinti dal risentimento per un popolo che si era già tante volte ribellato, mentre i Sanniti si battevano ormai per salvare le poche speranze residue. Vennero uccisi 16.300 Sanniti, e 2.700 fatti prigionieri. Tra i Romani i caduti furono 2.700. Se quell'anno fu fortunato per i successi in campo militare, a funestarlo e a turbarne la serenità furono una pestilenza e una serie di prodigi. Arrivò infatti la notizia che in molti luoghi era piovuta terra e che numerosi soldati dell'esercito di Appio Claudio erano stati colpiti da fulmini: per queste ragioni vennero consultati i libri sibillini. Quell'anno Quinto Fabio Gurgite, figlio del console, condannò al pagamento di un'ammenda alcune matrone riconosciute colpevoli, al cospetto del popolo, del reato di adulterio, e col denaro ricavato fece edificare il santuario di Venere che sorge accanto al Circo Massimo. Erano ancora in corso le guerre contro i popoli del Sannio, delle quali stiamo parlando già da quattro libri e per la durata di quarantasei anni, a partire dal consolato di Marco Valerio e Aulo Cornelio, che furono i primi a guidare le legioni nel Sannio. E per non passare in rassegna le disfatte subite da una parte e dall'altra e i disagi sopportati - che però non riuscirono a fiaccare quei temperamenti tenaci -, basterà ricordare che nel corso dell'ultimo anno i Sanniti erano stati sconfitti a Sentino, nel territorio dei Peligni, sul Tiferno e nell'agro Stellate, o da soli o insieme con altri popoli, ad opera di quattro eserciti e quattro comandanti romani; che avevano perso il loro comandante più capace, che vedevano Etruschi, Umbri e Galli, i loro alleati, ridotti nelle stesse condizioni in cui essi stessi versavano; che ormai non erano in grado di sostenersi né con le proprie forze né con quelle degli altri. Eppure non volevano rinunciare allo scontro. Tanto lontani erano dal rinunciare a difendere la propria libertà, anche se con scarso successo, e preferivano uscire battuti piuttosto che abbandonare un tentativo di successo. Chi mai potrebbe stancarsi, scrivendone o leggendone, della lunghezza di quelle guerre, che non riuscirono a stancare gli uomini che le combatterono?