Traduzione di Paragrafo 28, Libro 10 di Livio

Versione originale in latino


Ceterum quamquam communis adhuc Mars belli erat necdum discrimen fortuna fecerat qua datura vires esset, haudquaquam similis pugna in dextro laevoque cornu erat. Romani apud Fabium arcebant magis quam inferebant pugnam extrahebaturque in quam maxime serum diei certamen, quia ita persuasum erat duci et Samnites et Gallos primo impetu feroces esse, quos sustinere satis sit; longiore certamine sensim residere Samnitium animos, Gallorum quidem etiam corpora intolerantissima laboris atque aestus fluere, primaque eorum proelia plus quam virorum, postrema minus quam feminarum esse. In id tempus igitur, quo vinci solebat hostis, quam integerrimas vires militi servabat. Ferocior Decius et aetate et vigore animi, quantumcumque virium habuit certamine primo effudit. Et quia lentior videbatur pedestris pugna, equitatum in pugnam concitat et ipse fortissimae iuvenum turmae immixtus orat proceres iuventutis, in hostem ut secum impetum faciant: duplicem illorum gloriam fore, si ab laevo cornu et ab equite victoria incipiat. Bis avertere Gallicum equitatum; iterum longius evectos et iam inter media peditum agmina proelium cientes novum pugnae conterruit genus; essedis carrisque superstans armatus hostis ingenti sonitu equorum rotarumque advenit et insolitos eius tumultus Romanorum conterruit equos. Ita victorem equitatum velut lymphaticus pavor dissipat; sternit inde ruentes equos virosque improvida fuga. Turbata hinc etiam signa legionum multique impetu equorum ac vehiculorum raptorum per agmen obtriti antesignani; et insecuta, simul territos hostes vidit, Gallica acies nullum spatium respirandi recipiendique se dedit. Vociferari Decius quo fugerent quamve in fuga spem haberent; obsistere cedentibus ac revocare fusos; deinde, ut nulla vi perculsos sustinere poterat, patrem P. Decium nomine compellans, "quid ultra moror" inquit "familiare fatum? Datum hoc nostro generi est ut luendis periculis publicis piacula simus. Iam ego mecum hostium legiones mactandas Telluri ac Dis Manibus dabo." Haec locutus M. Livium pontificem, quem descendens in aciem digredi vetuerat ab se, praeire iussit verba quibus se legionesque hostium pro exercitu populi Romani Quiritium devoveret. Devotus inde eadem precatione eodemque habitu quo pater P. Decius ad Veserim bello Latino se iusserat devoveri, cum secundum sollemnes precationes adiecisset prae se agere sese formidinem ac fugam caedemque ac cruorem, caelestium inferorum iras, contacturum funebribus diris signa tela arma hostium, locumque eundem suae pestis ac Gallorum ac Samnitium fore, - haec exsecratus in se hostesque, qua confertissimam cernebat Gallorum aciem, concitat equum inferensque se ipse infestis telis est interfectus.

Traduzione all'italiano


D'altra parte, pur essendo incerto l'esito dello scontro, e non ostante la fortuna non avesse ancora fatto capire verso quale delle due parti avrebbe inclinato la sua bilancia, tuttavia all'ala destra e all'ala sinistra il combattimento non aveva affatto la stessa intensità. Dalla parte di Fabio i Romani difendevano più che attaccare, e lo scontro si stava trascinando fino alle ultime luci del giorno, perché il console era fermamente convinto che i Sanniti e i Galli erano irruenti al primo urto, ma che poi era sufficiente resistervi: se la battaglia si protraeva, a poco a poco l'ardore dei Sanniti veniva meno, e il fisico dei Galli, incapaci più di ogni altro popolo di sopportare fatica e calura, perdeva vigore col passare delle ore, e mentre all'inizio dello scontro erano qualcosa più che degli uomini, alla fine risultavano essere meno che donne. Per questo egli cercava di conservare intatte quanto più a lungo possibile le energie dei suoi, fino a quando il nemico cominciava a dare segni di cedimento. Decio, più irruente per l'età che per temperamento, impiegò sùbito nel primo scontro tutte le forze che aveva. E poiché l'azione della fanteria gli sembrava eccessivamente statica, buttò nella mischia la cavalleria, e mescolatosi lui stesso a quella schiera di giovani valorosi incitò il fiore della gioventù a lanciarsi con lui all'assalto del nemico: la loro gloria sarebbe stata doppia, se i primi segni della vittoria fossero arrivati dall'ala sinistra e dalla cavalleria. Per due volte costrinsero la cavalleria gallica a indietreggiare; la seconda si spinsero più avanti, mentre stavano già combattendo in mezzo alle schiere di fanti, e rimasero sconcertati da un tipo di battaglia mai vista prima: arrivarono nemici armati in piedi su cocchi e carri, con un grande frastuono di ruote e cavalli che terrorizzò i cavalli dei Romani non abituati a quel rumore. Così la cavalleria romana, che aveva già la vittoria in pugno, venne dispersa dal panico, con cavalli e uomini che rovinavano a terra in una fuga precipitosa. Pertanto anche le linee della fanteria risentirono dello sbandamento, e molti uomini delle prime linee vennero travolti dall'impeto dei cavalli e dei carri lanciati in mezzo alle file. Non appena la fanteria dei Galli comprese che i nemici erano in preda al panico, si fece sotto senza lasciar loro il tempo di riprendere fiato e di rimettersi in sesto. Decio chiedeva urlando dove stessero fuggendo e che cosa sperassero nella fuga: si parava di fronte ai fuggitivi e richiamava quelli già dispersi. Poi, rendendosi conto di non essere in grado di mantenere uniti i suoi uomini ormai allo sbando, invocando per nome il padre Publio Decio, disse: "Perché ritardo il destino della mia famiglia? È questa la sorte data alla nostra stirpe, di esser vittime espiatorie nei pericoli dello Stato. Ora offrirò con me le legioni nemiche in sacrificio alla Terra e agli dèi Mani!". Pronunciate queste parole, ordinò al pontefice Marco Livio, al quale aveva ingiunto di non allontarsi da lui mentre scendevano in campo, di recitargli la formula con cui offrire in sacrificio se stesso e le legioni nemiche per l'esercito del popolo romano dei Quiriti. Si consacrò in voto recitando la stessa preghiera, indossando lo stesso abbigliamento con cui presso il fiume Veseri si era consacrato il padre Publio Decio durante la guerra contro i Latini, e avendo aggiunto alla formula di rito la propria intenzione di gettare di fronte a sé la paura, la fuga, il massacro, il sangue, il risentimento degli dèi celesti e di quelli infernali, e quella di funestare con imprecazioni di morte le insegne, le armi e le difese dei nemici, e aggiungendo ancora che lo stesso luogo avrebbe unito la sua rovina e quella di Galli e Sanniti - lanciate dunque tutte queste maledizioni sulla propria persona e sui nemici, spronò il cavallo là dove vedeva che le schiere dei Galli erano più compatte, e trovò la morte offrendo il proprio corpo alle frecce nemiche.