Traduzione di Paragrafo 20, Libro 10 di Livio

Versione originale in latino


Dum ambo consules omnisque Romana vis in Etruscum bellum magis inclinat, in Samnio novi exercitus exorti ad populandos imperii Romani fines per Vescinos in Campaniam Falernumque agrum transcendunt ingentesque praedas faciunt. Volumnium magnis itineribus in Samnium redeuntem - iam enim Fabio Decioque prorogati imperii finis aderat - fama de Samnitium exercitu populationibusque Campani agri ad tuendos socios convertit. Ut in Calenum [agrum] venit, et ipse cernit recentia cladis vestigia et Caleni narrant tantum iam praedae hostes trahere ut vix explicare agmen possint; itaque iam propalam duces loqui extemplo eundum in Samnium esse, ut relicta ibi praeda in expeditionem redeant nec tam oneratum agmen dimicationibus committant. Ea quamquam similia veris erant, certius tamen exploranda ratus dimittit equites, qui vagos praedatores in agro palantes intercipiant; ex quibus inquirendo cognoscit ad Volturnum flumen sedere hostem, inde tertia vigilia moturum; iter in Samnium esse. His satis exploratis profectus tanto intervallo ab hostibus consedit ut nec adventus suus propinquitate nimia nosci posset et egredientem e castris hostem opprimeret. Aliquanto ante lucem ad castra accessit gnarosque Oscae linguae exploratum quid agatur mittit. Intermixti hostibus, quod facile erat in nocturna trepidatione, cognoscunt infrequentia armatis signa egressa, praedam praedaeque custodes exire, immobile agmen et sua quemque molientem nullo [inter alios] consensu nec satis certo imperio. Tempus adgrediendi aptissimum visum est; et iam lux appetebat; itaque signa canere iussit agmenque hostium adgreditur. Samnites praeda impediti, infrequentes armati, pars addere gradum ac prae se agere praedam, pars stare incerti utrum progredi an regredi in castra tutius foret; inter cunctationem opprimuntur et Romani iam transcenderant vallum caedesque ac tumultus erat in castris. Samnitium agmen, praeterquam hostili tumultu, captivorum etiam repentina defectione turbatum erat, qui partim ipsi soluti vinctos solvebant, partim arma in sarcinis deligata rapiebant tumultumque proelio ipso terribiliorem intermixti agmini praebebant. Memorandum deinde edidere facinus; nam Staium Minatium ducem adeuntem ordines hortantemque invadunt; dissipatis inde equitibus qui cum eo aderant ipsum circumsistunt insidentemque equo captum ad consulem Romanum rapiunt. Revocata eo tumultu prima signa Samnitium proeliumque iam profligatum integratum est; nec diutius sustineri potuit. Caesa ad sex milia hominum, duo milia et quingenti capti - in eis tribuni militum quattuor - signa militaria triginta, et, quod laetissimum victoribus fuit, captivorum recepta septem milia et quadringenti, praeda ingens sociorum; accitique edicto domini ad res suas noscendas recipiendasque praestituta die. Quarum rerum non exstitit dominus, militi concessae; coactique vendere praedam ne alibi quam in armis animum haberent.

Traduzione all'italiano


Mentre entrambi i consoli e tutte le forze romane erano impegnati sul fronte della guerra etrusca, i Sanniti, allestito un nuovo esercito, cominciarono a mettere a ferro e fuoco i territori soggetti al dominio romano: scesi in Campania e nell'agro Falerno attraverso il territorio dei Vescini, colsero un ingente bottino. Mentre Volumnio stava rientrando nel Sannio a marce forzate - per Fabio e Decio si stava già infatti avvicinando il termine della proroga dell'incarico -, le notizie relative all'esercito sannita e alle devastazioni nel territorio campano lo fecero deviare per andare a proteggere gli alleati. Non appena giunse nella zona di Cale, vide coi propri occhi i segni dei recenti disastri, e venne informato dai Caleni che il nemico stava trascinando un carico tale di bottino da riuscire a stento a mantenere l'ordine di marcia; per questo i comandanti sanniti affermavano senza remore che si doveva rientrare quanto prima nel Sannio per scaricarvi il bottino, e non rischiare lo scontro con un esercito tanto appesantito. Anche se queste informazioni erano verisimili, il console volle saperne di più e mandò in giro dei cavalieri col cómpito di intercettare i predatori sparsi per le campagne. Dopo averli interrogati, venne a sapere che il nemico era accampato nei pressi del fiume Volturno e che aveva intenzione di partire di lì a mezzanotte, con direzione il Sannio. Verificate le informazioni, si mise in marcia andandosi a fermare a una distanza dai nemici tale che, per la prossimità, non potessero rendersi conto del suo arrivo e li si potesse sorprendere mentre uscivano dall'accampamento. Poco prima dell'alba si avvicinò all'accampamento e inviò degli uomini che parlavano la lingua osca a esplorare i movimenti del nemico. Ed essendosi mescolati agli avversari - cosa che non fu difficile nella confusione della notte -, essi vennero a sapere che gli sparuti reparti armati erano già usciti, e che adesso stavano uscendo quelli incaricati di vigilare sul bottino, ovvero una schiera statica, in cui ciascuno pensava soltanto alle proprie cose, senza che ci fossero una volontà comune e un comando ben definito. Sembrò quello il momento più indicato per l'attacco. Poiché era infatti già quasi chiaro, il console fece dare il segnale e si riversò sulla formazione nemica. Appesantiti dal bottino, i Sanniti, pochi dei quali erano armati, cercarono in parte di accelerare il passo spingendo avanti il carico del bottino, e in parte invece si fermarono, non sapendo se fosse più sicuro procedere o rientrare al campo. Mentre esitavano, furono sopraffatti. I Romani avevano già superato la trincea, gettando lo scompiglio e mietendo vittime nell'accampamento. A sconvolgere la colonna dei Sanniti era stata, oltre al repentino attacco nemico, anche l'improvvisa sollevazione dei prigionieri, che essendosi in parte già liberati toglievano i lacci ai compagni, mentre in parte afferravano le armi legate ai basti e, mescolandosi alla colonna, contribuivano a rendere la situazione più caotica della battaglia stessa. Poi però realizzarono un'impresa eccezionale: assalito il comandante Staio Minacio che si aggirava tra i suoi cercando di incitarli, dispersero i cavalieri del suo séguito, lo circondarono, e fattolo prigioniero in sella al suo cavallo lo trascinarono di fronte al console romano. La prima linea sannita tornò indietro richiamata da quel frastuono, e la battaglia che sembrava già decisa riprese, anche se i nemici non riuscirono a reggere a lungo. Vennero uccisi circa in 6.000, mentre 2.500 furono fatti prigionieri (tra di loro anche quattro tribuni militari), trenta insegne conquistate, e - motivo di gioia ancor più grande per i vincitori - furono liberati 7.400 prigionieri e riconquistato il grosso bottino strappato agli alleati. I legittimi proprietari vennero convocati con un editto a riconoscere le proprie cose e a riprenderle entro un termine preciso. Gli oggetti che nessuno si presentò a reclamare furono lasciati ai soldati, che vennero obbligati a vendere la preda, per evitare che si concentrassero su qualcosa di diverso delle armi.