Traduzione di Paragrafo 50, Libro 1 di Livio

Versione originale in latino


Iam magna Tarquini auctoritas inter Latinorum proceres erat, cum in diem certam ut ad lucum Ferentinae conveniant indicit: esse, quae agere de rebus communibus velit. Conveniunt frequentes prima luce: ipse Tarquinius diem quidem servavit, sed paulo ante quam sol occideret venit. Multa ibi toto die in concilio variis iactata sermonibus erant. Turnus Herdonius ab Aricia ferociter in absentem Tarquinium erat invectus: haud mirum esse Superbo inditum Romae cognomen. - Iam enim ita clam quidem mussitantes, volgo tamen eum appellabant. - an quicquam superbius esse quam ludificari sic omne nomen Latinum? Longe ab domo excitis, ipsum, qui concilium indixerit, non adesse. Temptari profecto patientiam ut, si iugum acceperint, obnoxios premat. Cui enim non apparere, adfectare eum imperium in Latinos? Quod si sui bene crediderint cives, aut si creditum illud et non raptum parricidio sit, credere et Latinos quamquam ne sic quidem alienigenae debere: sin suos eius paeniteat, quippe qui alii super alios trucidentur exsulatum eant bona amittant, quid spei melioris Latinis portendi? Si se audiant, domum suam quemque inde abituros neque magis observaturos diem concilii quam ipse qui indixerit observet. Haec atque alia eodem pertinentia seditiosus facinorosusque homo hisque artibus opes domi nactus cum maxime dissereret, intervenit Tarquinius. Is finis orationi fuit; aversi omnes ad Tarquinium salutandum. Qui silentio facto monitus a proximis ut purgaret se quod id temporis venisset, disceptatorem ait se sumptum inter patrem et filium cura reconciliandi eos in gratiam moratum esse, et quia ea res exemisset illum diem, postero die acturum quae constituisset. Ne id quidem ab Turno tulisse tacitum ferunt; dixisse enim nullam breviorem esse cognitionem quam inter patrem et filium paucisque transigi verbis posse: ni pareat patri, habitrum infortunium esse.

Traduzione all'italiano


Tarquinio vantava già una posizione di grande influenza presso i nobili latini, quando decise di convocarli un giorno preciso presso il bosco di Ferentina, sostenendo di voler discutere alcuni problemi di comune interesse. Alle prime luci dell'alba i Latini affluiscono in massa. Da parte sua Tarquinio, pur rispettando la data, si presentò solo poco prima del tramonto. Per tutta la durata del giorno, i partecipanti all'assemblea avevano parlato a lungo di vari argomenti. Turno Erdonio di Aricia aveva inveito violentemente contro Tarquinio, dicendo che non era poi tanto strano che a Roma lo avessero soprannominato il Superbo (nome questo ormai sulla bocca di tutti, anche se ancora circoscritto alla sfera clandestina del sussurro). Oppure c'era qualcosa di più superbo che prendere in giro il popolo latino in quella maniera ? Farne venire i capi così lontano dai loro paesi e poi disertare la riunione da lui stesso convocata? Era chiaro che voleva mettere alla prova la loro pazienza e poi, una volta constatato che si lasciavano mettere facilmente i piedi in testa, avrebbe abusato della loro sottomissione. A chi poteva infatti sfuggire che il piano di Tarquinio era ridurre i Latini in suo potere? Se i suoi sudditi avevan fatto bene ad affidarglielo, o se gli era stato affidato e non era il prodotto di un orrendo delitto, stessa cosa avrebbero dovuto fare i Latini, e neppure in questo caso si sarebbe trattato di uno straniero. Ma se i Romani non ne potevano più di lui, delle esecuzioni a catena, degli esili, delle confische di beni, i Latini potevano forse sperare in qualcosa di meglio una volta nella stessa situazione? Se volevano dare retta a lui, Turno, ciascuno avrebbe dovuto tornarsene a casa rispettando la data della riunione con la stessa precisione di chi l'aveva organizzata. Mentre il turbolento e facinoroso Turno, che doveva proprio a tali caratteristiche la posizione di grande rilievo occupata tra le genti latine, dissertava su questi argomenti, ecco che arrivò Tarquinio. Tutti si voltarono a salutarlo. Venne fatto silenzio e il re, invitato dai più vicini a fornire spiegazioni circa il ritardo con cui si era presentato, disse di esser stato scelto come arbitro in una disputa tra padre e figlio e di aver fatto trdi per il desiderio di riconciliare i due litiganti. Quindi, dato che il giorno se ne era andato in quella bega, rimandò la riunione al mattino successivo. Pare che Turno non accettò nemmeno questo senza replicare e sentenziò che non c'era niente di più facile da sistemare che un litigio tra padre e figlio; bastavano infatti due parole: o il figlio obbedisce al padre, o peggio per lui.