Traduzione di Paragrafo 47, Libro 1 di Livio

Versione originale in latino


Tum vero in dies infestior Tulli senectus, infestius coepit regnum esse; iam enim ab scelere ad aliud spectare mulier scelus. Nec nocte nec interdiu virum conquiescere pati, ne gratuita praeterita parricidia essent: non sibi defuisse cui nupta diceretur, nec cum quo tacita serviret; defuisse qui se regno dignum putaret, qui meminisset se esse Prisci Tarquini filium, qui habere quam sperare regnum mallet. "Si tu is es cui nuptam esse me arbitror, et virum et regem appello; sin minus, eo nunc peius mutata res est quod istic cum ignavia est scelus. Quin accingeris? Non tibi ab Corintho nec ab Tarquiniis, ut patri tuo, peregrina regna moliri necesse est: di te penates patriique et patris imago et domus regia et in domo regale solium et nomen Tarquinium creat vocatque regem. Aut si ad haec parum est animi, quid frustraris civitatem? Quid te ut regium iuvenem conspici sinis? Facesse hinc Tarquinios aut Corinthum; devolvere retro ad stirpem, fratri similior quam patri." His aliisque increpando iuvenem instigat, nec conquiescere ipsa potest si, cum Tanaquil, peregrina mulier, tantum moliri potuisset animo ut duo continua regna viro ac deinceps genero dedisset, ipsa regio semine orta nullum momentum in dando adimendoque regno faceret. His muliebribus instinctus furiis Tarquinius circumire et prensare minorum maxime gentium patres; admonere paterni beneficii ac pro eo gratiam repetere; allicere donis iuvenes; cum de se ingentia pollicendo tum regis criminibus omnibus locis crescere. Postremo ut iam agendae rei tempus visum est, stipatus agmine armatorum in forum inrupit. Inde omnibus perculsis pavore, in regia sede pro curia sedens patres in curiam per praeconem ad regem Tarquinium citari iussit. Convenere extemplo, alii iam ante ad hoc praeparati, alii metu ne non venisse fraudi esset, novitate ac miraculo attoniti et iam de Servio actum rati. Ibi Tarquinius maledicta ab stirpe ultima orsus: servum servaque natum post mortem indignam parentis sui, non interregno, ut antea, inito, non comitiis habitis, non per suffragium populi, non auctoribus patribus, muliebri dono regnum occupasse. Ita natum, ita creatum regem, fautorem infimi generis hominum ex quo ipse sit, odio alienae honestatis ereptum primoribus agrum sordidissimo cuique divisisse; omnia onera quae communia quondam fuerint inclinasse in primores civitatis; instituisse censum ut insignis ad invidiam locupletiorum fortuna esset et parata unde, ubi vellet, egentissimis largiretur.

Traduzione all'italiano


Da quel momento in poi la vecchiaia e il regno di Tullio furono di giorno in giorno sempre più in pericolo. Infatti, quella donna, dopo il primo delitto, non vedeva l'ora di commetterne un secondo e toglieva il fiato al marito giorno e notte perché non voleva che i suoi precedenti crimini rimanessero fini a se stessi. Non le era certo mancato l'uomo di cui si potesse dire che lei era la moglie e la rassegnata compagna di sottomissione. Le era mancato un uomo che si ritenesse degno del trono, che si ricordasse di esser figlio di Tarquinio Prisco e che preferisse avere il potere piuttosto che sperare di averlo. "Se sei tu l'uomo che io credo di aver sposato, allora ti chiamo marito e re. Se non lo sei, allora vuol dire che mi è andata di male in peggio perché in te oltre all'ignavia c'è anche la delinquenza. Perché non ti muovi? Non vieni mica da Tarquinia o da Corinto, come tuo padre, né devi andarti a conquistare un trono in terra straniera. Gli dèi di casa e della patria, il ritratto di tuo padre, il palazzo reale e il trono che vi si trova all'interno, il nome Tarquinio, ogni cosa ti vuole e ti chiama re. E se poi non hai abbastanza fegato, perché mai inganni la gente? Perché lasci che guardino a te come a un erede al trono? Tornatene a Tarquinia o a Corinto, risali i rami del tuo albero genealogico, visto che sei più della pasta di tuo fratello che non di quella di tuo padre." Questo più o meno il sarcasmo con cui istigava il giovane. Una cosa invece non le dava pace: com'era possibile che Tanaquil, pur essendo una straniera, fosse riuscita a brigare tanto da far salire al trono, uno dopo l'altro, prima il marito e poi il genero, e invece lei che era figlia di un re contava meno di zero negli stessi giochi di potere ? Tarquinio, istigato dai furori della moglie, cominciò ad andare in giro in cerca di appoggio, specialmente presso i senatori del secondo ordine, ai quali, ricordando il gesto generoso del padre, faceva presente che era venuto il momento di ricambiarlo. Riempiva di regali i giovani. Così, sia grazie alle grandi promesse, sia grazie alla pessima pubblicità che faceva al re, la sua posizione acquistava credibilità a tutti i livelli. Alla fine, quando gli sembrò fosse tempo di agire, fece irruzione nel foro scortato da un drappello di armati. Quindi, nello sbalordimento generale, prese posto sul trono di fronte alla curia e, tramite un araldo, fece comunicare ai senatori che si presentassero in senato al cospetto del re Tarquini. Essi arrivarono subito: alcuni già preparati alla cosa, altri temendo di incappare in spiacevoli conseguenze mancando all'appuntamento, tutti però sconcertati dalla novità senza precedenti e convinti che Servio fosse finito. Tarquinio allora, andando molto indietro nel tempo, accusò Servio di essere uno schiavo figlio di una schiava il quale, dopo la morte indegna di suo padre, era salito al trono grazie al regalo di una donna e non aveva rispettato la tradizione (e cioè l'interregno, la convocazione dei comizi, il voto del popolo e la ratifica dei senatori). Con un simile albero genealogico e con una simile carriera politica alle spalle, aveva favorito le classi più abiette della società - cioè quelle dalle quali proveniva -, e per l'odio nei confronti di una classe alla quale non apparteneva, aveva tolto le proprietà terriere ai notabili per darle alla plebaglia. Gli oneri fiscali prima equamente distribuiti li aveva addossati nella loro totalità sulle spalle dei più abbienti. Aveva istituito il censo per convogliare l'invidia sulle fortune dei ricchi e per averle a portata di mano quando decideva di fare generose elargizioni ai nullatenenti.