Traduzione di Paragrafo 44, Libro 1 di Livio

Versione originale in latino


Censu perfecto quem maturaverat metu legis de incensis latae cum vinculorum minis mortisque, edixit ut omnes cives Romani, equites peditesque, in suis quisque centuriis, in campo Martio prima luce adessent. Ibi instructum exercitum omnem suovetaurilibus lustravit, idque conditum lustrum appellatum, quia is censendo finis factus est. Milia octoginta eo lustro civium censa dicuntur; adicit scriptorum antiquissimus Fabius Pictor, eorum qui arma ferre possent eum numerum fuisse. Ad eam multitudinem urbs quoque amplificanda visa est. Addit duos colles, Quirinalem Viminalemque; Viminalem inde deinceps auget Esquiliis; ibique ipse, ut loco dignitas fieret, habitat; aggere et fossis et muro circumdat urbem; ita pomerium profert. Pomerium verbi vim solam intuentes postmoerium interpretantur esse; est autem magis circamoerium, locus quem in condendis urbibus quondam Etrusci qua murum ducturi erant certis circa terminis inaugurato consecrabant, ut neque interiore parte aedificia moenibus continuarentur, quae nunc volgo etiam coniungunt, et extrinsecus puri aliquid ab humano cultu pateret soli. Hoc spatium quod neque habitari neque arari fas erat, non magis quod post murum esset quam quod murus post id, pomerium Romani appellarunt; et in urbis incremento semper quantum moenia processura erant tantum termini hi consecrati proferebantur.

Traduzione all'italiano


Dopo aver completato le pratiche del censo, facilitate da una legge che minacciava l'incarcerazione e la pena capitale per chi si fosse mostrato recalcitrante all'iscrizione, Servio convocò un'adunata per centurie di tutti i cittadini romani, da tenersi all'alba in Campo Marzio. Lì, di fronte all'intero esercito schierato, offrì in sacrificio di purificazione un maiale, una pecora e un toro, e la cerimonia prese il nome di lustro della chiusura perché era l'ultimo atto del censimento. Si dice che in quel lustro i cittadini censiti ammontassero a ottantamila. Fabio Pittore, uno degli storici più antichi, aggiunge che questo era il numero degli uomini potenzialmente mobilitabili. Con una popolazione simile, un ampliamento di Roma era inevitabile. Così Servio aggiunge altri due colli, il Quirinale e il Viminale, amplia l'Esquilino e, per dargli lustro, vi si trasferisce lui stesso. Dota Roma di un terrapieno, un fossato e una cerchia muraria, estendendo così i limiti del pomerio. Quanto poi a questa parola, chi non va più in là dell'etimologia, la interpreta come "il tratto oltre le mura". Il senso è invece un altro: significa "il tratto intorno alle mura", cioè quello spazio che anticamente gli Etruschi, all'atto di fondare una città, delimitavano in modo rigoroso per poi costruirvi le mura e quindi consacravano con cerimonie augurali. E questo perché all'interno di esso non ci fossero contatti tra edifici e mura (cosa che oggi è invece d'uso comune), e all'esterno rimanesse una striscia di terra non utilizzabile dall'uomo. Questo spazio, caratterizzato dal divieto assoluto di costruire e di coltivare, fu chiamato pomerio dai Romani sia perché si trova al di là del muro sia perché il muro si trova al di là di esso. E ogni qual volta Roma conosceva degli ampliamenti urbanistici, questi limiti consacrati subivano sempre le stesse modifiche delle mura.