Traduzione di Paragrafo 37, Libro 1 di Livio

Versione originale in latino


Hac parte copiarum aucta iterum cum Sabinis confligitur. Sed praeterquam quod viribus creverat Romanus exercitus, ex occulto etiam additur dolus, missis qui magnam vim lignorum, in Anienis ripa iacentem, ardentem in flumen conicerent; ventoque iuvante accensa ligna et pleraque in ratibus impacta sublicisque cum haererent, pontem incendunt. Ea quoque res in pugna terrorem attulit Sabinis, et fusis eadem fugam impedit; multique mortales cum hostem effugissent in flumine ipso periere, quorum fluitantia arma ad urbem cognita in Tiberi prius paene quam nuntiari posset insignem victoriam fecere. Eo proelio praecipua equitum gloria fuit; utrimque ab cornibus positos, cum iam pelleretur media peditum suorum acies, ita incurrisse ab lateribus ferunt, ut non sisterent modo Sabinas legiones ferociter instantes cedentibus, sed subito in fugam averterent. Montes effuso cursu Sabini petebant, et pauci tenuere: maxima pars, ut ante dictum est, ab equitibus in flumen acti sunt. Tarquinius, instandum perterritis ratus, praeda captivisque Romam missis, spoliis hostium - id votum Volcano erat - ingenti cumulo accensis, pergit porro in agrum Sabinum exercitum inducere; et quamquam male gesta res erat nec gesturos melius sperare poterant, tamen, quia consulendi res non dabat spatium, ire obviam Sabini tumultuario milite; iterumque ibi fusi, perditis iam prope rebus pacem petiere.

Traduzione all'italiano


Una volta rinforzata questa parte dell'esercito, ci fu un secondo scontro con i Sabini. Ma, oltre che dall'incremento di effettivi, l'esercito romano fu aiutato anche da un astuto espediente: alcuni uomini vennero inviati a raccogliere una gran massa di fascine lungo la riva dell'Aniene e a gettarle nel fiume dopo avervi dato fuoco. La legna incendiata, spinta dal vento a favore, andò a finire per lo più sulle barche e sui supporti in legno del ponte che prese fuoco. Lo stesso espediente seminò il panico tra i Sabini nel pieno della battaglia e impedì loro la ritirata quando poi cominciò il fuggi fuggi. Molti riuscirono a evitare il nemico ma morirono nel fiume. Parte delle loro armi, galleggiando sull'acqua, furono riconosciute nel Tevere e diedero a Roma la notizia della grande vittoria ancora prima che arrivassero i messaggeri ad annunciarla. I protagonisti assoluti di questa battaglia furono i cavalieri: collocati ai due fianchi dei reparti, quando ormai il centro, composto di fanti, si stava ritirando, essi attaccarono da entrambi i lati con una tale energia che non solo riuscirono a frenare le legioni sabine che al momento stavano pressando gli altri Romani in ritirata, ma le misero anche in fuga. I Sabini si sparpagliarono disordinatamente verso le montagne, ma solo pochi di essi le raggiunsero. La maggior parte, come già detto prima, fu spinta nel fiume dai cavalieri. Tarquinio, pensando fosse opportuno insistere mentre gli avversari erano in preda al panico, inviò a Roma bottino e prigionieri; quindi, per realizzare un voto fatto a Vulcano, diede ordine di accatastare la grande quantità di armi sottratte al nemico e di darvi fuoco. Poi, alla testa dell'esercito, invase il territorio sabino. Nonostante la brutta batosta e le poche speranze di ribaltare le sorti ormai compromesse della battaglia, i Sabini, non avendo tempo a sufficienza per ponderare una decisione, scesero in campo con i resti raccogliticci delle loro truppe. Sconfitti però una seconda volta e allo stremo delle forze, chiesero la pace.