Traduzione di Paragrafo 28, Libro 1 di Livio

Versione originale in latino


Tum Albanus exercitus, spectator certaminis, deductus in campos. Mettius Tullo devictos hostes gratulatur; contra Tullus Mettium benigne adloquitur. Quod bene vertat, castra Albanos Romanis castris iungere iubet; sacrificium lustrale in diem posterum parat. Ubi inluxit, paratis omnibus ut adsolet, vocari ad contionem utrumque exercitum iubet. Praecones ab extremo orsi primos excivere Albanos. Hi novitate etiam rei moti ut regem Romanum contionantem audirent proximi constitere. Ex composito armata circumdatur Romana legio; centurionibus datum negotium erat ut sine mora imperia exsequerentur. Tum ita Tullus infit: "Romani, si unquam ante alias ullo in bello fuit quod primum dis immortalibus gratias ageretis, deinde vestrae ipsorum virtuti, hesternum id proelium fuit. Dimicatum est enim non magis cum hostibus quam, quae dimicatio maior atque periculosior est, cum proditione ac perfidia sociorum. Nam ne vos falsa opinio teneat, iniussu meo Albani subiere ad montes, nec imperium illud meum sed consilium et imperii simulatio fuit, ut nec vobis, ignorantibus deseri vos, averteretur a certamine animus, et hostibus, circumveniri se ab tergo ratis, terror ac fuga iniceretur. Nec ea culpa quam arguo omnium Albanorum est: ducem secuti sunt, ut et vos, si quo ego inde agmen declinare voluissem, fecissetis. Mettius ille est ductor itineris huius, Mettius idem huius machinator belli, Mettius foederis Romani Albanique ruptor. Audeat deinde talia alius, nisi in hunc insigne iam documentum mortalibus dedero." Centuriones armati Mettium circumsistunt; rex cetera ut orsus erat peragit: "Quod bonum faustum felixque sit populo Romano ac mihi vobisque, Albani, populum omnem Albanum Romam traducere in animo est, civitatem dare plebi, primores in patres legere, unam urbem, unam rem publicam facere; ut ex uno quondam in duos populos divisa Albana res est, sic nunc in unum redeat." Ad haec Albana pubes, inermis ab armatis saepta, in variis voluntatibus communi tamen metu cogente, silentium tenet. Tum Tullus "Metti Fufeti" inquit, "si ipse discere posses fidem ac foedera servare, vivo tibi ea disciplina a me adhibita esset; nunc quoniam tuum insanabile ingenium est, at tu tuo supplicio doce humanum genus ea sancta credere quae a te violata sunt. Ut igitur paulo ante animum inter Fidenatem Romanamque rem ancipitem gessisti, ita iam corpus passim distrahendum dabis." Exinde duabus admotis quadrigis, in currus earum distentum inligat Mettium; deinde in diversum iter equi concitati, lacerum in utroque curru corpus, qua inhaeserant vinculis membra, portantes. Avertere omnes ab tanta foeditate spectaculi oculos. Primum ultimumque illud supplicium apud Romanos exempli parum memoris legum humanarum fuit: in aliis gloriari licet nulli gentium mitiores placuisse poenas.

Traduzione all'italiano


Fu allora che l'esercito albano, spettatore dello scontro, riguadagnò la piana. Mezio si congratula con Tullo della vittoria sui nemici e Tullo gli risponde cortesemente. Quindi ordina agli Albani (e possa la cosa avere buon fine!) di unire il loro accampamento a quello dei Romani e poi prepara un sacrificio di purificazione per il giorno successivo. Quando all'alba tutto era pronto, convoca in assemblea i due eserciti. Gli araldi, avendo iniziato dal fondo del campo, chiamarono per primi gli Albani che, colpiti dall'assoluta novità della cosa, si andarono a piazzare vicino al re per non perderne il discorso. La legione romana, armata secondo quanto convenuto, li circonda. I centurioni avevano l'ordine tassativo di portare a termine senza indugi quello che gli era stato comandato. Allora Tullo prese la parola e disse: "O Romani, se mai prima di questa volta, in tutte le guerre da voi combattute, avete avuto ragione di rendere grazie prima agli dèi immortali e poi al vostro stesso valore, questo è successo nella battaglia di ieri. Infatti non avete combattuto solo col nemico, ma - e in questo sta la maggiore pericolosità della cosa - avete anche dovuto affrontare il subdolo tradimento degli alleati. Sia dunque chiaro: non è su mio ordine che gli Albani si sono spostati verso la montagna. Quello che avete sentito da me non è stato un mio comando ma una calcolata simulazione: volevo evitare che, rendendovi conto di essere stati abbandonati, vi distraeste dalla battaglia e nel contempo volevo scatenare panico e fuga tra i nemici facendo credere loro di essere stati aggirati. E non tutti gli Albani sono responsabili del crimine in questione: hanno seguito il loro comandante, come avreste fatto anche voi se vi avessi ordinato una qualche manovra sul campo. È Mezio che ha guidato quella diversione. Lo stesso Mezio che ha architettato questa guerra, lo stesso Mezio che ha infranto il trattato tra Romani e Albani. Che qualcun altro possa di qui in poi ripetere una simile prodezza, se io di costui non farò un clamoroso esempio per l'intero genere umano." Quindi i centurioni, armi alla mano, circondano Mezio, mentre il re, con lo stesso tono con cui aveva iniziato, riprese: "Che la prosperità e la buona sorte siano col popolo romano, con me e anche con voi, o Albani. È mia intenzione trasferire tutta la gente di Alba a Roma, concedere la cittadinanza alle classi subalterne, eleggere senatori i nobili e avere una sola città e un solo stato. Come un tempo la civiltà albana fu divisa in due popoli, possa oggi riacquistare la sua unità." A queste parole, i giovani albani, disarmati e circondati da armati, benché divisi nelle reazioni individuali al discorso, erano tuttavia uniti nel silenzio dovuto alla paura unanime. Allora Tullo disse: "Mezio Fufezio, se tu fossi in grado di apprendere la lealtà e il rispeto dei trattati, ti lascerei in vita e potresti venire a lezione da me. Ma siccome la tua è una disposizione caratteriale immodificabile, col tuo supplizio insegna al genere umano a mantenere i sacri vincoli che hai violato. Pertanto, come poco fa la tua mente era divisa tra Fidene e Roma, ora tocca al tuo corpo essere diviso." Quindi chiede due quadrighe e vi fa legare Mezio teso nel mezzo. Poi incita i cavalli in direzioni diverse: ciascun carro si trascinò via pezzi del corpo maciullato, rimasti attaccati ai lacci che lo vincolavano da ambo le parti. Tutti distolsero lo sguardo da uno spettacolo così orribile. Quella fu la prima e ultima volta che i Romani ricorsero a un tipo di pena contraria a ogni umana legge. Per il resto possiamo infatti vantarci di non essere secondi a nessun popolo nella clemenza delle pene inflitte.