Traduzione di Paragrafo 22, Libro 1 di Livio

Versione originale in latino


Numae morte ad interregnum res rediit. Inde Tullum Hostilium, nepotem Hostili, cuius in infima arce clara pugna adversus Sabinos fuerat, regem populus iussit; patres auctores acti. Hic non solum proximo regi dissimilis sed ferocior etiam quam Romulus fuit. Cum aetas viresque tum avita quoque gloria animum stimulabat. Senescere igitur civitatem otio ratus undique materiam excitandi belli quaerebat. Forte evenit ut agrestes Romani ex Albano agro, Albani ex Romano praedas in vicem agerent. Imperitabat tum Gaius Cluilius Albae. Utrimque legati fere sub idem tempus ad res repetendas missi. Tullus praeceperat suis ne quid prius quam mandata agerent; satis sciebat negaturum Albanum; ita pie bellum indici posse. Ab Albanis socordius res acta; excepti hospitio ab Tullo blande ac benigne, comiter regis convivium celebrant. Tantisper Romani et res repetiverant priores et neganti Albano bellum in tricesimum diem indixerant. Haec renuntiant Tullo. Tum legatis Tullus dicendi potestatem quid petentes venerint facit. Illi omnium ignari primum purgando terunt tempus: se invitos quicquam quod minus placeat Tullo dicturos, sed imperio subigi; res repetitum se venisse; ni reddantur bellum indicere iussos. Ad haec Tullus "Nuntiate" inquit, "regi vestro regem Romanum deos facere testes, uter prius populus res repetentes legatos aspernatus dimiserit, ut in eum omnes expetant huiusce clades belli."

Traduzione all'italiano


Alla morte di Numa si tornò a un interregno. Poi il popolo elesse re - e il senato ratificò l'elezione - Tullo Ostilio, nipote di quell'Ostilio che si era distinto nella battaglia contro i Sabini ai piedi della cittadella. Il nuovo re non solo fu diversissimo rispetto al suo predecessore, ma fu anche più bellicoso di Romolo. La giovane età e la forza, unite all'aspirazione alla gloria ereditata dal nonno, erano un incentivo al suo ardore. Così, pensando che l'inattività prolungata avrebbe irreparabilmente sfiancato Roma, cercava dovunque pretesti per scatenare la guerra. Per puro caso successe che dei contadini romani andarono a fare razzia di bestiame in territorio albano e quelli della campagna di Alba gli restituirono subito il favore compiendo la stessa prodezza. In quell'epoca Alba era governata da Gaio Cluilio. Entrambe le parti in causa mandarono contemporaneamente degli inviati per riavere il maltolto. Tullo aveva ordinato ai suoi di compiere prima di tutto la loro missione. Era convinto che avrebbe ottenuto un rifiuto. In tal caso sarebbe stato suo diritto dichiarare guerra. I rappresentanti di Alba agirono invece con maggiore flemma. Ricevuti con amabile cortesia da Tullo, onorano con simpatia il banchetto offerto dal re. Nel frattempo quelli di parte romana li avevano presi sul tempo: la richiesta di risarcimento era già stata presentata. Di fronte a un secco rifiuto da parte albana avevano quindi avanzato una dichiarazione di guerra con decorrenza di lì a trenta giorni. Di ritorno a Roma ne riferiscono a Tullo. Questi allora invita i delegati albani a chiarire il motivo della loro missione. Ed essi, non essendo al corrente di nulla, cominciano perdendo tempo in formalità. Si scusarono di dover pronunciare parole probabilmente spiacevoli alle orecchie di Tullo, ma dissero che gli ordini erano ordini. Sostennero di esser venuti a rivendicare il maltolto e che gli era stato ingiunto di dichiarare guerra in caso di rifiuto. A queste parole Tullo replicò: "Andate dal vosro re e ditegli che il re di Roma chiama in causa gli dèi a testimoniare quale dei due popoli abbia per primo sdegnosamente congedato gli ambasciatori inviati a rivendicare quanto razziato, in modo tale che facciano ricadere su di lui tutti i disastri di questa guerra."