Traduzione di Paragrafo 14, Libro 1 di Livio

Versione originale in latino


Post aliquot annos propinqui regis Tati legatos Laurentium pulsant; cumque Laurentes iure gentium agerent, apud Tatium gratia suorum et preces plus poterant. Igitur illorum poenam in se vertit; nam Lavinii cum ad sollemne sacrificium eo venisset concursu facto interficitur. Eam rem minus aegre quam dignum erat tulisse Romulum ferunt, seu ob infidam societatem regni seu quia haud iniuria caesum credebat. Itaque bello quidem abstinuit; ut tamen expiarentur legatorum iniuriae regisque caedes, foedus inter Romam Laviniumque urbes renovatum est.
Et cum his quidem insperata pax erat: aliud multo propius atque in ipsis prope portis bellum ortum. Fidenates nimis vicinas prope se convalescere opes rati, priusquam tantum roboris esset quantum futurum apparebat, occupant bellum facere. Iuventute armata immissa vastatur agri quod inter urbem ac Fidenas est; inde ad laevam versi quia dextra Tiberis arcebat, cum magna trepidatione agrestium populantur, tumultusque repens ex agris in urbem inlatus pro nuntio fuit. Excitus Romulus - neque enim dilationem pati tam vicinum bellum poterat - exercitum educit, castra a Fidenis mille passuum locat. Ibi modico praesidio relicto, egressus omnibus copiis partem militum locis circa densa obsita virgulta obscuris subsidere in insidiis iussit: cum parte maiore atque omni equitatu profectus, id quod quaerebat, tumultuoso et minaci genere pugnae adequitando ipsis prope portis hostem excivit. Fugae quoque, quae simulanda erat, eadem equestris pugna causam minus mirabilem dedit. Et cum, velut inter pugnae fugaeque consilium trepidante equitatu, pedes quoque referret gradum, plenis repente portis effusi hostes impulsa Romana acie studio instandi sequendique trahuntur ad locum insidiarum. Inde subito exorti Romani transversam invadunt hostium aciem; addunt pavorem mota e castris signa eorum qui in praesidio relicti fuerant.
Ita multiplici terrore perculsi Fidenates prius paene, quam Romulus quique avehi cum eo visi erant circumagerent frenis equos, terga vertunt; multoque effusius, quippe vera fuga, qui simulantes paulo ante secuti erant oppidum repetebant. Non tamen eripuere se hosti: haerens in tergo Romanus, priusquam fores portarum obicerentur, velut agmine uno inrumpit.

Traduzione all'italiano


Alcuni anni dopo, certi parenti di Tito Tazio maltrattano gli ambasciatori dei Laurenti e, nonostante il loro appellarsi al diritto delle genti, Tito mostra di avere orecchie soltanto per le preghiere dei suoi. Così facendo, assume su di sé la responsabilità della loro mancanza. E infatti, un giorno che era andato a Lavinio per un sacrificio solenne, fu assassinato in un moto di piazza. Si narra che la cosa addolorò Romolo meno del dovuto, sia per la dubbia affidabilità di una simile divisione del potere, sia perché credeva che quella morte non fosse del tutto immeritata. Per questo evitò di far ricorso alla guerra. Tuttavia, per garantire l'espiazione della morte del re e dell'offesa ai danni degli ambasciatori, fece rinnovare il trattato tra Roma e Lavinio.
Questa pace, a dir la verità, fu un evento al di sopra di ogni aspettativa. Invece scoppiò un'altra guerra, molto più vicina, anzi quasi alle porte di Roma. Gli abitanti di Fidene, ritenendo troppo vicina a loro una potenza in continua crescita, senza aspettare che diventasse forte come c'era da prevedere, si affrettano a scatenare il conflitto. Armano squadroni di giovani e li spediscono a devastare le campagne tra Roma e Fidene. Di lì piegano verso sinistra (a destra niente da fare, c'è il Tevere che blocca la strada) e compiono atti di vandalismo terrorizzando i contadini. L'improvviso trambusto creatosi nelle campagne arrivò fino in città e fu come una prima avvisaglia della guerra. Romolo, visto che non c'era un minuto da perdere con una guerra così vicina, esce immediatamente alla testa dell'esercito e si accampa a un miglio da Fidene. Dopo avervi lasciato una modesta guarnigione, si mette in moto col grosso delle truppe. Una parte di queste ordinò che si piazzasse, pronta a lanciare un'imboscata, in una zona tutto intorno criparata da fitti cespuglic. Poi, con il blocco più consistente dell'esercito e con tutta la cavalleria, si mise in marcia e, proprio come si era prefissato, riuscì ad attirare fuori il nemico adottando un tipo di tattica spericolata e minacciosa, con i cavalieri che scorrazzavano fin quasi sotto le porte. D'altra parte, per la fuga che doveva esser simulata, questo assalto a cavallo forniva un pretesto più verisimile. E quando non solo la cavalleria sembrava incerta tra il combattere e il fuggire, ma anche la fanteria si ritirava, all'improvviso si spalancarono le porte e le linee romane furono travolte dallo straripare dei nemici che, nella foga di darsi all'inseguimento, furono trascinati nel punto dell'imboscata. Lì i Romani saltano fuori a sorpresa e attaccano sul fianco la schiera dei nemici. Allo stupore si aggiunge la paura: dall'accampamento si vedono avanzare gli stendardi del presidio lasciato di guarnigione.
Così i Fidenati, in preda al panico più totale, fanno dietro-front quasi prima ancora che Romolo e i suoi uomini riuscissero a girare i loro cavalli. E visto che si trattava di una fuga vera, riguadagnavano la città in maniera di gran lunga più disordinata di quelli che, poco prima, essi avevano inseguito ingannati dalla loro simulazione di fuga. Però non riuscirono a sfuggire al nemico: i Romani li incalzavano da dietro e, prima che le porte della città venissero chiuse, irruppero all'interno, quando ormai i due eserciti sembravano uno solo.