Traduzione di Paragrafo 12, Libro 1 di Livio

Versione originale in latino


Tenuere tamen arcem Sabini; atque inde postero die, cum Romanus exercitus instructus quod inter Palatinum Capitolinumque collem campi est complesset, non prius descenderunt in aequum quam ira et cupiditate reciperandae arcis stimulante animos in adversum Romani subiere. Principes utrimque pugnam ciebant ab Sabinis Mettius Curtius, ab Romanis Hostius Hostilius. Hic rem Romanam iniquo loco ad prima signa animo atque audacia sustinebat. Ut Hostius cecidit, confestim Romana inclinatur acies fusaque est. Ad veterem portam Palati Romulus et ipse turba fugientium actus, arma ad caelum tollens, "Iuppiter, tuis" inquit "iussus avibus hic in Palatio prima urbi fundamenta ieci. Arcem iam scelere emptam Sabini habent; inde huc armati superata media valle tendunt; at tu, pater deum hominumque, hinc saltem arce hostes; deme terrorem Romanis fugamque foedam siste. Hic ego tibi templum Statori Iovi, quod monumentum sit posteris tua praesenti ope servatam urbem esse, voveo." Haec precatus, veluti sensisset auditas preces, "Hinc" inquit, "Romani, Iuppiter optimus maximus resistere atque iterare pugnam iubet." Restitere Romani tamquam caelesti voce iussi: ipse ad primores Romulus provolat. Mettius Curtius ab Sabinis princeps ab arce decucurrerat et effusos egerat Romanos toto quantum foro spatium est. Nec procul iam a porta Palati erat, clamitans: "Vicimus perfidos hospites, imbelles hostes; iam sciunt longe aliud esse virgines rapere, aliud pugnare cum viris." In eum haec gloriantem cum globo ferocissimorum iuvenum Romulus impetum facit. Ex equo tum forte Mettius pugnabat; eo pelli facilius fuit.
Pulsum Romani persequuntur; et alia Romana acies, audacia regis accensa, fundit Sabinos. Mettius in paludem sese strepitu sequentium trepidante equo coniecit; averteratque ea res etiam Sabinos tanti periculo viri. Et ille quidem adnuentibus ac vocantibus suis favore multorum addito animo evadit: Romani Sabinique in media convalle duorum montium redintegrant proelium; sed res Romana erat superior.

Traduzione all'italiano


Comunque sia, i Sabini si impossessarono della cittadella. Il giorno dopo, quando l'esercito romano aveva gremito, col suo schieramento al completo, lo spazio compreso tra il Palatino e il Campidoglio, i Sabini non calarono subito in pianura ma rimasero ad aspettare che l'indignazione e il desiderio di recuperare la rocca spingessero i Romani a risalire la china e ad affrontarli su in alto. I capi di entrambi gli schieramenti incitavano alla lotta: Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i Romani. Quest'ultimo, nonostante la posizione svantaggiosa, teneva alto il morale con dimostrazioni di coraggio e di audacia nelle prime file. Ma, caduto lui, subito i Romani registrarono un netto cedimento e andarono a rifugiarsi presso la vecchia porta del Palatino. Romolo stesso, trascinato dalla massa dei soldati in ritirata, sollevando le armi al cielo, gridò: "O Giove, è per obbedire al tuo volere che ho gettato le prime fondamenta di Roma proprio qui sul Palatino. Ormai la cittadella è in mano ai Sabini che l'hanno conquistata nella più turpe delle maniere. Di lì, attraverso la vallata, stanno avanzando armati verso di noi. Ma tu, padre degli dèi e degli uomini, tieni lontani almeno da qui i nemici, libera i Romani dal terrore e frena questa loro vergognosa ritirata! Prometto che qui, o Giove Statore, io innalzerò un tempio per ricordare ai posteri che è stato il tuo aiuto inesauribile a salvare la città". Al termine della preghiera, come se avesse avuto la sensazione di essere stato esaudito, disse: "Qui, o Romani, Giove ottimo massimo vi ordina di fermarvi e di ricominciare a combattere". E i Romani si fermarono, proprio come se stessero obbedendo a un ordine piovuto dal cielo. Romolo in persona si lancia nelle prime file. Mezio Curzio, intanto, a capo dei Sabini, aveva guidato la carica dall'alto della cittadella e fatto il vuoto in mezzo alle fila romane, gettando lo scompiglio per tutto lo spazio occupato dal foro. E, ormai non lontano dalla porta del Palatino, gridava: "Li abbiamo battuti, ospiti malvagi e nemici codardi che non sono altro! Ora lo sanno che differenza passa tra rapire delle ragazze inermi e combattere contro degli uomini veri." Mentre così si gloria, gli si avventa addosso, guidato da Romolo, un gruppo di giovani pronti a tutto. Per caso in quel momento Mezio stava combattendo a cavallo e fu così più facile respingerlo.
Dopo averlo messo in fuga, i Romani proseguono sullo slancio e il resto dell'esercito, infiammato dall'audacia del re, riesce a sbaragliare i Sabini. Mezio fu trascinato in una palude dal suo cavallo, divenuto ingovernabile per lo strepito degli inseguitori e la cosa attirò l'attenzione anche dei Sabini che temevano di perdere una figura così carismatica: urlando e facendogli ampi gesti, gli dimostrarono il loro attaccamento ed egli riuscì a tirarsi fuori dalla melma. Romani e Sabini riprendono così a combattere nella valle che si estende tra le due colline. Ma i Romani continuavano ad avere la meglio.