Le rane chiedono un re - Versioni Varie

Versione originale in latino


Fama est olim ranas magnis clamoribus et ingenti strepitu regem a Iove petivisse qui suo imperio mores dissolutos compesceret.
Narrant poetae patrem hominum deorumque immortalium paullum risisse atque parvum tigillum de caelo in stagnum demisisse. Cum hoc, in undas levi strepitu incidens, paululum aquas movisset, ranae, pavidissimum genus, subito casu territae, celeriter in ripas fugerunt et, in dumis latentes, aliquantum temporis quieverunt et siluerunt. Postea autem, cum vidissent tigillum immotum in aquis natantem, omnibus contumeliis contempserunt.
Cum diu risissent petulanter obstrepentes, Iovem rursus rogaverunt ut alterum regem, fortiorem priore, mitteret.Narrant Iovem, ira ob tantam stultitiam et petulantiam motum, hydrum misisse, qui miseras, aspero dente correptas, devoravit. Fabula docet mutationem rerum saepe priore statu peiorem esse.

Traduzione all'italiano


Si dice che un tempo le rane con grandi urla e con grande fragore chiesero un re a Giove per contenere le usanze sregolate col suo comando.
I poeti narrano che il padre degli uomini e degli dei immortali rise un po' e che fece cadere dal cielo un piccolo travicello nello stagno.
Poichè questo, cadendo con un modesto rumore fra le onde, aveva mosso un po' le acque, le rane, specie timorosissima, spaventate improvvisamente dalla caduta, fuggirono velocemente nelle rive e, nascoste nei cespugli, stettero quiete e in silenzio per parecchio tempo.Dopo invece, dopo che avevano visto il travicello immobile che galleggiava nelle acque, trascurarono ogni affronto.
Dopo aver riso a lungo schiamazzando sfacciatamente, pregarono di nuovo Giove affinché mandasse un altro re, più forte del precedente.
Raccontano che Giove, mosso dall'ira a causa della tanta stupidità e della petulanza, mandò un serpente acquatico, che divorò le sventurate, afferrate dal dente avvelenato.
La favola insegna che il cambiamento delle situazioni spesso è peggiore dello stato precedente.