291 - 269 - L'uccisione di Cesare - Nova Officina

Versione originale in latino


Coniurati, cum Caesarem interficere statuissent, ante Pompeii statuam in curia eum exspectaverunt.
Cum autem dictator in curiam intravisset, processerunt contra eum Cimber Tullius et Casca, qui sica gulam eius percussit.
Tunc alii coniurati accurrerunt cum gladiis et sicis.
Cum inter eos etiam Brutum vidisset, quem tamquam filium amabat,
gemuit Caesar: "Tu quoque, Brute, fili mi" et statim caput suum toga velavit nec plagis restitit.
Diu apud Pompei statuam mortuus iacuit, donec Antonius cum militibus armatis supervenit.
Corpus eius deicere in Tiberim statuerant coniurati, sed, cum armatos milites vidissent, vehementer timuerunt et diffugerunt.
Tum Antonius corpus Caesaris in Rostra vexit lectica et ex Rostris vehementissimam orationem habuit ante populum,in qua summis laudibus Caesarem extulit. Recitavit etiam magna voce testamentum eius, quo bona sua populo Romano legabat.
Romani postea eum in numero deum posuerunt et diem, quo coniurati eum necaverunt, diem parricidii appellaverunt.

Traduzione all'italiano


I congiurati, avendo deciso di uccidere Cesare, lo aspettarono davanti alla statua di Pompeo nella curia.
Ma quando il dittatore entrò in curia, avanzarono verso lui Cimbro Tullio e Casca, che colpì col pugnale la sua gola.
Allora gli altri congiurati accorsero con spade e pugnali.
Dopo aver visto persino Bruto tra essi, il quale amava così come un figlio, Cesare gemette: "Anche tu Bruto figlio mio" e subito avvolse il suo capo con la toga e non oppose resistenza (ai fendenti).
A lungo(Cesare)giacque morto presso la statua di Pompeo, finchè Antonio sopraggiunse con i soldati armati.
I congiurati avevano deciso di gettare il suo corpo nel Tevere ma, avendo visto i soldati armati,
ebbero molta paura e fuggirono disordinatamente.
Allora Antonio trasportò su una lettiga il corpo di Cesare nei Rostri, e dai Rostri tenne un'orazione incalzante davanti al popolo,
nella quale elogiò Cesare con grandi lodi.
Recitò a gran voce il suo testamento nel quale lasciava in eredità tutti i suoi beni al popolo romano.
I Romani dopo lo considerarono nel novero degli dei e il giorno in cui i congiurati lo avevano ucciso, chiamarono quel giorno il giorno del parricidio.

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