177 - 67 - Istituzione dei Ludi Scaenici nel 364 a.C. - Lingua Nostra

Versione originale in latino


C. Sulpicio Petico C. Licinio Stolone consulibus pestilentia fuit. Eo nihil dignum memoria actum, nisi quod pacis deum exposcendae causa tertio tum post conditam urbem lectisternium fuit. Et cum vis morbi nec humanis consiliis nec ope divina levaretur, victis superstitione animis ludi quoque scenici, nova res bellicoso populo - nam circi modo spectaculum fuerat - inter alia caelestis irae placamina instituti dicuntur; ceterum parva quoque, ut ferme principia omnia, et ea ipsa peregrina res fuit. Sine carmine ullo, sine imitandorum carminum actu ludiones ex Etruria acciti, ad tibicinis modos saltantes, haud indecoros motus more Tusco dabant. Imitari deinde eos iuventus, simul inconditis inter se iocularia fundentes versibus, coepere; nec absoni a voce motus erant. Accepta itaque res saepiusque usurpando excitata. Vernaculis artificibus, quia ister Tusco verbo ludio vocabatur, nomen histrionibus inditum; qui non, sicut ante, Fescennino versu similem incompositum temere ac rudem alternis iaciebant sed impletas modis saturas descripto iam ad tibicinem cantu motuque congruenti peragebant.

Traduzione all'italiano


Durante il consolato di Caio Sulpico Petico e di Caio Licinio Stolone ci fu una pestilenza. In quell'anno non accadde nulla di significativo (lett. degno di memoria), se non che per implorare la pace degli dei, per la terza volta dopo la fondazione di Roma, ci fu un lettisternio. E poiché la violenza dell’epidemia non era placata né dalle iniziative umane né dalla potenza divina, vinti gli animi dalla superstizione, si dice che anche i ludi scenici - cosa nuova per un popolo bellicoso, infatti fino allora c’erano stati solo spettacoli circensi (lett. di tipo circense) - furono introdotti tra gli altri mezzi per placare l'ira divina; tuttavia quella stessa cosa apparve straniera e anche modesta, come quasi tutte le cose all’inizio (lett. come tutti gli inizi). Senza alcun testo poetico, senza gesti per imitare canti, attori fatti venire dall'Etruria, ballando al ritmo del flauto danzavano al modo degli Etruschi non senza grazia. I giovani quindi cominciarono ad imitarli, scambiandosi battute fra loro insieme a versi di rozza fattura; e i movimenti non erano discordanti con la voce. Pertanto la cosa fu accettata e utilizzandola molto spesso divenne abituale. Agli attori professionisti nati a Roma venne dato il nome di istrioni, da ister che in lingua etrusca vuol dire attore. Essi non si scambiavano più, come un tempo, versi rozzi e improvvisati simili al Fescennino, ma rappresentavano satire ricche di vari metri, eseguendo melodie scritte ora per l'accompagnamento del flauto e compiendo gesti appropriati.

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