35 - 240 - Un prodigio svela un futuro re di roma - Lingua Magistra

Versione originale in latino


Lucumo et Tanaquil amigrant Romam. Ad Ianiculum forte ventum erat; ibi Lucumoni carpento sedenti cum uxore aquila suspensis demissa leviter alis pilleum aufert, superque carpentum cum magno clangore volitans rursus, velut ministerio divinitus missa, capiti apte reponit; inde sublimis evolavit. Accepit id augurium laeta Tanaquil, perita, ut vulgo Etrusci, caelestium prodigiorum mulier. Complexa virum eum excelsa et alta sperare iubet: adfirmat enim eam alitem ea regione caeli et eius dei nuntiam venisse, circa summum culmen hominis auspicium fecisse, levavisse humano superpositum capiti decus ut divinitus eidem redderet. Has spes cogitationesque secum portantes urbem ingressi sunt, ubi domicilium comparaverunt et Tarquinium Priscum ediderunt nomen. Romanis conspicuum eum novitas divitiaeque faciebant; et ipse fortunam benigno adloquio, benevolis invitationibus beneficiisque adiuvabat, donec in Anci Marcii regiam quoque de eo fama pervenit. Et hanc notitiam brevi tempore apud regem in familiaritatem amicitiamque vertit, persecutus liberaliter dextereque officia quae rex ei mandaverat. Publicis pariter ac privatis consiliis bello domique intererat et per omnia expertus postremo tutor etiam liberis regis testamento institutus est.

Traduzione all'italiano


Lucumone e Tanaquil emigrano a Roma. Presso il Gianicolo c'era un forte vento; mentre Lucumone con la moglie sedevano nella carrozza, un'aquila sospesa abbassatasi lievemente atterrò su di loro gli portò via il pileo (era un cappello usato dai romani nei giorni di festa) con le ali ;e, volteggiando sopra il carro ed emettendo versi acutissimi, come se stesse compiendo una qualche missione divina, si abbassò di nuovo e glielo ripose perfettamente sulla testa. Quindi sparì nell'alto del cielo. Tanaquil, essendo da buona etrusca donna esperta di prodigi celesti, accolse con felicità il presagio. Abbracciando il marito, lo invita a sperare grandi e sublimi cose: afferma infatti che quell'uccello che era arrivato proprio da quella parte del cielo e messaggero proprio di quel dio, avesse fatto un auspicio riguardante il punto più alto dell’uomo, che avesse levato un ornamento posto sulla testa di un uomo per restituirglielo divino. Con in mente queste speranze e ragionamenti, entrarono a Roma, dove comprarono un edificio e spacciarono alla gente il nome Tarquinio Prisco. Agli occhi dei Romani faceva colpo la sua provenienza e la condizione economica e lui aiutava la buona sorte rendendosi gradito grazie alla sua generosa ospitalità ed alla sua munificenza, a tal punto che la fama che lo circondava arrivò fino alla reggia di Anco Marzio. E in breve tempo volse questa benevolenza presso il re in familiarità ed amicizia, dato che aveva svolto volentieri e con abilità i compiti che il re gli aveva affidato. Partecipava allo stesso modo agli affari di carattere pubblico e privato, sia in pace che in guerra e, dopo essere stato messo alla prova in tutti i modi, per testamento fu nominato tutore dei figli del re.