438 - 166 - Empietà di un tiranno - Lingua Magistra

Versione originale in latino


Dionysius syracusanus iocosa dicta sacrilegiis suis adiungere solebat. Cum fanum Locrense Proserpinae spoliavisset et per altum secundo vento classe veheretur, ridens amicis dixit: "Videtsine? Nonne bona navigatio ab ipsis immortalibus sacrilegis tribuitur?". Detraxit etiam Iovi Olympio magni ponderis aureum amiculum, quo eum ornaverat tyrannus Gelo, et ei iniecit laneum pallium exclamans: "Aestate grave est amiculum, hieme frigidum, laneum autem aptius ad utrumque tempus anni est". Idem Epidauri Aesculapio barbam auream demi iussit, quod non convenit, affirmabat, patrem Apollinem imberbem conspicere, filium ipsum barbatum. Idem tollebat Vittorias aureas et pateras et coronas, quae simulacrorum manus porrigebant: "Eas accipio, non aufero; stultum enim est non sumere ab his, a quibus bona exoramus, a dona quae ipsae nobis porrigunt".

Traduzione all'italiano


Il siracusano Dioniso era consueto sommare frasi divertenti alle sue empietà. Avendo a Locri saccheggiato il santuario di Proserpina e dopo essere stato portato a largo da un vento benevolo affermò scherzando ai compagni:"magari non notate? Non è magari attribuita una buona navigazione dai medesimi dei immortali ai non credenti?" Rubò pure a Giove Olimpo un capotto d'oro di grande peso, con cui il tiranno Gelone aveva ornato quello, e a quello gli mise un capotto di lana affermando: "in estate è pesante il capotto, di inverno freddo, però questo di lana è più adeguato all'uno e l'altro periodo dell'anno". Il medesimo decise di tagliare la barba d' oro di Esculapio ad Epidauro, poiché non si addice, diceva, che il medesimo figlio barbato osservi il padre Apollo senza barba. In più rimuoveva le Vittorie d' oro, le ciotole e le corone, che porgono le mani delle statue: "le prendo, non le porto via, difatti è sciocco non prendere da coloro ai quali chiediamo beni, dai regali che a noi medesimi ci danno.