164 - 2 - Cicerone lascia Roma - Esperienze di Traduzione (E. T.)

Versione originale in latino


Quo in discrimine versetur salus mea et bonorum omnium atque universae rei publicae ex eo scire potes quod domus nostras et patriam ipsam vel diripiendam vel inflammandam reliquimus. In eum locum res deducta est ut, nisi qui deus vel casus aliquis subvenerit, salvi esse nequeamus. Equidem, ut veni ad urbem, non destiti omnia et sentire, et dicere, et facere quae ad concordiam pertinerent; sed mirus invaserat furor non solum improbis, sed etiam iis qui boni habentur, ut pugnare cuperent, me clamante nihil esse bello civili miserius. Itaque, cum Caesar amentia quadam raperetur et, oblitus nominis atque honorum suorum, Ariminum, Pisarum, Anconam occupavisset, urbem reliquimus: quam sapienter aut quam fortiter, nihil attinet disputari.

Traduzione all'italiano


In quale pericolo si trova la salvezza mia e di tutti gli onesti e dell’intera repubblica, ciò lo puoi capire dal fatto che abbiamo lasciato le nostre case e la stessa patria (destinate) o al saccheggio o al fuoco. La situazione è stata condotta a tal punto che, se un qualche dio o un qualche evento accidentale non sopraggiunge, non possiamo essere salvi. Senza dubbio, quando arrivai in città, non mancai di pensare e dire e fare tutte le cose che mirano alla concordia, ma una strana follia si era impadronita non solo dei disonesti, ma anche di coloro che sono considerati onesti, al punto che desideravano combattere, anche se io proclamavo che non c’era niente di più misero della guerra civile. Pertanto, essendo Cesare preso da una certa pazzia ed avendo occupato Rimini, Pesaro, Ancona, Arezzo, dimentico del suo nome e dei suoi onori, lasciammo la città: quanto saggiamente o quanto coraggiosamente, non importa discuterne.