Giovenale - Satire - 3 - vv. 60 - 72

Versione originale in latino


Non possum ferre, Quirites,
Graecam urbem. quamvis quota portio faecis Achaei?
iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes
et linguam et mores et cum tibicine chordas
obliquas nec non gentilia tympana secum
vexit et ad circum iussas prostare puellas.
ite, quibus grata est picta lupa barbara mitra.
rusticus ille tuus sumit trechedipna, Quirine,
et ceromatico fert niceteria collo.
hic alta Sicyone, ast hic Amydone relicta,
hic Andro, ille Samo, hic Trallibus aut Alabandis,
Esquilias dictumque petunt a vimine collem,
viscera magnarum domuum dominique futuri.

Traduzione all'italiano


Io non posso sopportare, o cittadini di Roma, una Roma greca, sebbene i greci siano una parte della feccia?

Già da tempo l’Oronte della Siria è sfociato nel Tevere e ha trasportato con se sia la lingua sia i costumi sia le corde oblique con il flautista e i timpani gentili, le fanciulle comandate a restare al circo. Avanti, coloro ai quali la lupa dipinta con la mitra piace. Quel tuo figliolo contadino, o romano, si è messo i sandaletti e porta le medagliette sul collo cosparso di ceroma. Questo (proviene) dall’alta Sicione, quest’altro dalla desolata Amidone, questo da Andro, quello da Samo, questo da Tralli o Alabanda, prendono d’assalto l’Esquilia e il colle detto dal vimine, anime di grandi casati e futuri signori.

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