Giovenale - Satire - 3 - vv. 137 - 153

Versione originale in latino


da testem Romae tam sanctum quam fuit hospes
numinis Idaei, procedat vel Numa vel qui
servavit trepidam flagranti ex aede Minervam:
protinus ad censum, de moribus ultima fiet
quaestio. "quot pascit servos? quot possidet agri
iugera? quam multa magnaque paropside cenat?"
quantum quisque sua nummorum servat in arca,
tantum habet et fidei. iures licet et Samothracum
et nostrorum aras, contemnere fulmina pauper
creditur atque deos dis ignoscentibus ipsis.
Quid quod materiam praebet causasque iocorum
omnibus hic idem, si foeda et scissa lacerna,
si toga sordidula est et rupta calceus alter
pelle patet, vel si consuto volnere crassum
atque recens linum ostendit non una cicatrix?
nil habet infelix paupertas durius in se
quam quod ridiculos homines facit.

Traduzione all'italiano


Presenta un testimone a Roma tanto rispettabile quanto fu l’ospite della divinità dell’ Ida […]
Subito, al censo, l’ultima richiesta sarà riguardo ai suoi costumi: <Quanti servi mantiene? Quanti iugeri di terra possiede? Con quanto grandi e quanto numerose stoviglie cena?>. Ciascuno quanto conserva denaro nella sua cassettina, tanto ha di credibilità. È lecito giurare sugli altari dei samotraci e sui nostri, è ritenuto che il povero disprezzi i fulmini e gli dei essendo gli stessi dei non consapevoli. Che cosa dire del fatto che offre motivo e cause di scherno per tutti. Questo stesso se il mantello è sporco e rotto, se la toga è piuttosto sudicia e una delle due calzature mostra la pelle o se lo spago grossolano e recente mostra non una cicatrice essendo stato cucito insieme? La infelice povertà nulla ha in se di più duro del fatto che rende gli uomini ridicoli.

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