Floro - Epitome - 3 - Passaggio da monarchia a consolato

Incompleto

Versione originale in latino


Igitur Bruto Collatinoque ducibus et auctoribus, quibus ultionem sui moriens matrona mandaverat, populus Romanus ad vindicandum libertatis ac pudicitiae decus quodam quasi instinctu deorum concitatus regem repente destituit, bona diripit, agrum Marti suo consecrat, imperium in eosdem libertatis suae vindices transfert, mutato tamen et iure et nomine. Quippe ex perpetuo annuum placuit, ex singulari duplex, ne potestas solitudine vel mora corrumperetur, consulesque appellavit pro regibus, ut consulere civibus suis debere meminisset. Tantumque libertatis novae gaudium incesserat, ut vix mutati status fidem caperent alterumque ex consulibus, Lucretiae maritum, tantum ob nomen et genus regium fascibus abrogatis urbe dimitterent. Itaque substitutus Horatius Publicola ex summo studio adnixus est ad augendam liberi populi maiestatem. Nam et fasces ei pro contione submisit, et ius provocationis adversus ipsos dedit, et ne specie arcis offenderet, eminentis aedis suas in plana submisit. Brutus vero favori civium etiam domus suae clade et parricidio velificatus est. Quippe cum studere revocandis in urbem regibus liberos suos comperisset, protraxit in forum et contione media virgis cecidit securique percussit, ut plane publicus parens in locum liberorum adoptasse sibi populum videretur. [...]

Traduzione all'italiano


Pertanto, sotto la guida e il comando di Bruto e di Collatino, a cui la matrona morente aveva affidato la sua vendetta, il popolo romano, spinto a rivendicare la libertà e quindi la dignità per così dire da una ispirazione divina, destituì il re di colpo, gli tolse il patrimonio, consacrò il territorio a Marte, suo patrono, trasferì il potere a quegli stessi che avevano rivendicato la sua libertà, cambiando sia la legislazione che il nome (del regime). Infatti il potere da eterno che era venne stabilito annuale, da individuale doppio, per evitare che degenerasse perché detenuto da uno solo o perché troppo a lungo nelle sue mani, e (il popolo romano) chiamò chi esercitava il potere consoli invece che re, perché tenessero a mente che dovevano pensare al bene dei loro concittadini.
Ed era subentrata tanta soddisfazione per la nuova libertà che a malapena potevano credere al cambiamento di situazione e uno dei due consoli, marito di Lucrezia, soltanto per il suo nome e la sua stirpe imparentata coi re lo fecero andare via da Roma, dopo che gli erano stati tolti i fasci del potere. E così Valerio Publicola, che era stato messo al suo posto, si dette da fare con intenso zelo per accrescere l’autorità del popolo libero. Infatti a lui trasferì il potere davanti all’assemblea popolare e concesse il diritto di appello proprio contro questo potere e, per non urtare la suscettibilità con la posizione elevata sulla rocca, trasferì la sua casa, che si trovava in alto, in pianura.
Bruto da parte sua partì col vento in poppa per riconquistare il favore dei suoi concittadini anche a prezzo della rovina e del tradimento della sua famiglia. Infatti avendo scoperto che i suoi figli cercavano di far tornare i re a Roma, li trascinò nel foro e in mezzo all’assemblea popolare li torturò con le verghe e li giustiziò, affinché fosse assolutamente chiaro che lui genitore di tutti aveva adottato al posto dei suoi figli il popolo.[...]

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