Traduzione di Paragrafo 35, Libro 4 di Cicerone

Versione originale in latino


Quae si quando adepta erit id quod ei fuerit concupitum, tum ecferetur alacritate, ut 'nihil ei constet', quod agat, ut ille, qui 'voluptatem animi nimiam summum esse errorem' arbitratur. Eorum igitur malorum in una virtute posita sanatio est.
Quid autem est non miserius solum, sed foedius etiam et deformius quam aegritudine quis adflictus debilitatus iacens? Cui miseriae proxumus est is qui adpropinquans aliquod malum metuit exanimatusque pendet animi. Quam vim mali significantes poetae impendere apud inferos saxum Tantalo faciunt: “Ob scelera animique inpotentiam et superbiloquentiam”. Ea communis poena stultitiae est; omnibus enim, quorum mens abhorret a ratione, semper aliqui talis terror impendet.

Traduzione all'italiano


Che cosa c'è,poi, non solo di più miserevole, ma anche di più turpe e più brutto, di qualcuno afflitto, debilitato e spossato dalla tristezza? Ed è vicino a questo stato di miseria colui che, quando qualche male gli si avvicna, ha paura e, smarrito è incerto su che fare. I poeti per spiegare questa forza del male, raccontano che negli inferi una pietra incombe su Tantalo: "a causa dei misfatti, dell'impotenza dell'animo e di un parlare suberbo". Questa è la comune pena per la stoltezza; infatti per tutti quelli di cui la mente rifugge dalla ragione, sempre incombe un qualche terrore simile.

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