Cicerone - Pro Ligario - 18

Testo latino e traduzione versione da Cicerone, Pro Ligario, 18.

Versione originale in latino


Liceat esse miseros - quamquam hoc victore esse non possumus; sed non loquor de nobis, de illis loquor qui occiderunt — fuerint cupidi, fuerint irati, fuerint pertinaces; sceleris vero crimine, furoris, parricidi liceat Cn. Pompeio mortuo, liceat multis aliis carere. Quando hoc ex te quisquam, Caesar, audivit, aut tua quid aliud arma voluerunt nisi a te contumeliam propulsare? Quid egit tuus invictus exercitus, nisi uti suum ius tueretur et dignitatem tuam? Quid? Tu cum pacem esse cupiebas, idne agebas ut tibi cum sceleratis, an ut cum bonis civibus conveniret?

Traduzione all'italiano


Ammettiamo che si sia sventurati - sebbene con un vincitore come questo non possiamo esserlo; ma non parlo di noi, parlo di quelli che caddero - siamo stati pure faziosi, teste calde, cocciuti; ma dall'accusa di scelleratezza, di rivolta, di tradimento sia lecito a Gneo Pompeo morto, sia lecito ai molti altri di andare esenti. Quando mai qualcuno ha sentito questo, o Cesare, dalla tua bocca, quale altro scopo si prefisse la tua azione in armi se non di rintuzzare l'affronto patìto? Che altro ha fatto il tuo esercito invitto se non difendere il proprio diritto e la tua dignità? Dunque, quando desideravi che non si turbasse la pace, ti adoperavi per trovare un accordo con degli scellerati o con onesti cittadini?

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