Cicerone - Pro Deiotaro - 22

Testo latino e traduzione versione da Cicerone, Pro Deiotaro, 22.

Versione originale in latino


"Et fratres meos," inquit " quod erant conscii, in vincula coniecit." Cum igitur eos vinciret, quos secum habebat, te solutum Romam mittebat, qui eadem scires, quae illos scire dicis? Reliqua pars accusationis duplex fuit: una regem semper in speculis fuisse, cum a te esset animo alieno, altera exercitum eum contra te magnum comparasse. De exercitu dicam breviter, ut cetera. Numquam eas copias rex Deiotarus habuit, quibus inferre bellum populo Romano posset, sed quibus finis suos ab excursionibus et latrociniis tueretur et imperatoribus nostris auxilia mitteret. Atque antea quidem maiores copias alere poterat; nunc exiguas vix tueri potest.

Traduzione all'italiano


Dice: A miei fratelli poi, poiché erano a conoscenza del piano, li gettò in prigione». Dunque, mentre imprigionava quelli che aveva sotto mano, lasciava libero te e ti inviava a Roma, anche se eri a conoscenza dei medesimi fatti di cui dici che erano a conoscenza loro? [VIII] Il resto dell'accusa è articolato in due capi: il primo, che il re è sempre stato all'erta, essendo d'animo ostile nei tuoi confronti; il secondo, che egli ha raccolto contro di te un grande esercito. Dell'esercito dirò in breve, come delle altre accuse: il re Deiotaro non ha mai avuto truppe così forti da essere in grado di far guerra a Roma, ma solo per difendere il proprio territorio dalle incursioni e dalle scorribande dei predoni e per inviare aiuti militari ai nostri generali; e poi prima avrebbe di certo potuto mantenere truppe più numerose, mentre ora può a stento conservarle a ranghi ridotti.

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