Cicerone - Pro Caelio - 76

Testo latino e traduzione versione da Cicerone, Pro Caelio, 76.

Versione originale in latino


Atque ut iste interpositus sermo deliciarum desidiaeque moreretur (fecit me invito mehercule et multum repugnante, sed tamen fecit), nomen amici mei de ambitu detulit; quem absolutum insequitur, revocat; nemini nostrum obtemperat, est violentior, quam vellem. Sed ego non loquor de sapientia, quae non cadit in hanc aetatem; de impetu animi loquor, de cupiditate vincendi, de ardore mentis ad gloriam; quae studia in his iam aetatibus nostris contractiora esse debent, in adulescentia vero tamquam in herbis significant, quae virtutis maturitas et quantae fruges industriae sint futurae. Etenim semper magno ingenio adulescentes refrenandi potius a gloria quam incitandi fuerunt; amputanda plura sunt illi aetati, siquidem efflorescit ingenii laudibus, quam inserenda.

Traduzione all'italiano


Fu appunto per troncare quelle chiacchiere sulla sua vita di voluttà e di ignavia, ch'egli si fece ad accusare (lo fece, vivaddio, me contrario, e con la mia più viva resistenza, ma tuttavia lo fece) l'amico mio Atratino per corruzione elettorale. Prosciolto quest'ultimo, egli torna all'assalto e lo accusa di nuovo: sordo ai consigli di tutti noi, diviene più aggressivo di quanto non vorrei. Ma io non voglio parlare di saggezza, che a quell'età non esiste; parlo invece della impulsività dell'animo, della smania di vincere, della sete febbrile di gloria. Son passioni, codeste, che alla nostra età possono essere frenate, ma che in gioventù sono come il preannunzio in erba di quanta maturità di doti e di quali frutti sarà prodiga l'attività futura. Sempre i giovani di grande intelligenza furon piuttosto da trattenere che non da spingere verso la gloria; e c'è più da sfrondare che da innestare in coloro per i quali, a quell'età, fioriscono le lodi intorno al loro ingegno.

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