Cicerone - Pro Caelio - 66

Testo latino e traduzione versione da Cicerone, Pro Caelio, 66.

Versione originale in latino


Quaero enim, cur Licinium titubantem, haesitantem, cedentem, fugere conantem mulieraria manus ista de manibus amiserit, cur non comprenderint, cur non ipsius confessione, multorum oculis, facinoris denique voce tanti sceleris crimen expresserint. An timebant, ne tot unum, valentes imbecillum, alacres perterritum superare non possent? Nullum argumentum in re, nulla suspicio in causa, nullus exitus criminis reperietur. Itaque haec causa ab argumentis, a coniectura, ab iis signis, quibus veritas illustrari solet, ad testes tota traducta est. Quos quidem ego, iudices, testes non modo sine ullo timore, sed etiam cum aliqua spe delectationis exspecto.

Traduzione all'italiano


Qui domando, infatti, come mai questo manipolo di sicari d'una femmina si sia lasciato sfuggir di mano Licinio, sorpreso, incerto, sul punto di ritrarsi e di tentar la fuga; come mai essi non sian riusciti ad acciuffarlo; come mai, infine, non abbiano raccolto la prova dell'accusa di un così grave delitto dalla sua stessa confessione, dalla oculare testimonianza di tanti, dalla pubblica voce dell'attentato. Temevano essi forse, tanti e validi e pronti com'erano, di non poter debellare uno solo, debole e spaurito? Nessuna prova, dunque, del fatto, nessun indizio in causa, nessun risultato concreto dell'accusa. Così questo processo è trasferito per intero dal terreno delle prove, degli indizi, di quegli altri elementi dai quali la verità suole prender luce, a quello delle deposizioni testimoniali. E questi testimoni io aspetto, o giudici, non solo senza preoccupazioni, ma anzi con la speranza di divertirmici.

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