Cicerone - Pro Caelio - 23

Versione originale in latino


Itaque illam partem causae facile patior graviter et ornate a M. Crasso peroratam de seditionibus Nea politanis, de Alexandrinorum pulsatione Puteolana, de bonis Pallae. Vellem dictum esset ab eodem etiam de Dione. De quo ipso tamen quid est quod exspectetis? Quod is, qui fecit, aut non timet aut etiam fatetur; est enim rex; qui autem dictus est adiutor fuisse et conscius, P. Asicius, iudicio est liberatus. Quod igitur est eius modi crimen, ut, qui commisit, non neget, qui negavit, absolutus sit, id hic pertimescat, qui non modo a facti, verum etiam a conscientiae suspicione afuit ? Et, si Asicio causa plus profuit quam nocuit invidia, huic oberit tuum maledictum, qui istius facti non modo suspicione, sed ne infamia quidem est aspersus?

Traduzione all'italiano


E così tollerò facilmente che quella parte di processo sulle sedizioni napoletane, sulla rivolta di Pozzuoli degli Alessandrini, sui beni di Palla, sia stata portata avanti da Marco Crasso austeramente ed elegantemente. Avrei desiderato che fosse stato detto anche di Dione. Riguardo a questo stesso, che cosa c’è che vi aspettate? Egli, che fece ciò, o non teme o anche confessa, infatti è un re; il quale è stato detto in verità che è stato aiutante e consapevole, Publio Ascio, è stato liberato dal processo. Dunque, di quale genere è questo crimine, tale che chi (lo) ha commesso non nega, colui che ha negato è stato assolto, costui dovrebbe temere ciò, colui che non solo fu lontano dal fatto, ma anche dal sospetto della consapevolezza? E, se ad Ascio la causa giovò più di quanto l’invidia lo danneggiò, a costui la tua maldicenza fu d’ostacolo, lui che non solo dal sospetto di un fatto di tal genere, ma neppure dall’infamia è macchiato?

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