Cicerone - Post reditum in senatu - 11

traduzione versione latino da Cicerone, Post reditum in senatu, 11

Versione originale in latino


quis enim ullam ullius boni spem haberet in eo cuius primum tempus aetatis palam fuisset ad omnis libidines divulgatum? qui ne a sanctissima quidem parte corporis potuisset hominum impuram intemperantiam propulsare? qui cum suam rem non minus strenue quam postea publicam confecisset, egestatem et luxuriem domestico lenocinio sustentavit? qui nisi in aram tribunatus confugisset, neque vim praetoris nec multitudinem creditorum nec bonorum proscriptionem effugere potuisset? qui in magistratu nisi rogationem de piratico bello tulisset, profecto egestate et improbitate coactus piraticam ipse fecisset, ac minore quidem cum rei publicae detrimento quam quod intra moenia nefarius hostis praedoque versatus est? quo inspectante ac sedente legem tribunus plebis tulit ne auspiciis obtemperaretur, ne obnuntiare concilio aut comitiis, ne legi intercedere liceret, ut lex Aelia et Fufia ne valeret, quae nostri maiores certissima subsidia rei publicae contra tribunicios furores esse voluerunt?

Traduzione all'italiano


Uno di questi, tuttavia, non ingannò nè me nè qualcun altro. Infatti chi mai nutrirebbe alcuna speranza di alcunché di bene in colui, il cui primo periodo della vita era stato apertamente sottomesso ai desideri di tutti, che non aveva neanche potuto allontanare dalla parte più inviolabile del corpo la corrotta smoderatezza degli uomini? Questo che, dopo aver consumato il suo patrimonio non meno rapidamente che in seguito quello dello Stato, fece fronte alla sua povertà e la sua dissolutezza con il proprio lenocinio, un individuo che, se non si fosse rifugiato presso l'altare del tribunato, non sarebbe potuto nè potuto sfuggire alla autorità del pretore nè alla moltitudine dei suoi creditori, nè alla confisca dei suoi beni; se non avesse avanzato in questa carica la proposta di legge sulla guerra contro i pirati, lui stesso sarebbe, in verità, ricorso alla pirateria, spinto dalla povertà e dalla sfrontatezza, certamente con minor danno per lo Stato, di quando rimase all'interno delle nostre mura come un nemico scellerato e un ladro; poiché costui ispezionava e assolveva un compito, il tribuno della plebe avanzò una legge affinchè non tenesse in considerazione gli auspici, affinchè non si opponesse nell'assemblea o nei comizi, affinchè non gli fosse permesso porre il veto ad una legge, affinchè la legge Elia e la legge Fufia, che i nostri antenati vollero che fossero sicurissimi sostegni per lo Stato contro gli ardenti spiriti tribunizi, non avessero valore.