Cicerone - Laelius de amicitia - 67 - 74

Versione originale in latino


Existit autem hoc loco quaedam quaestio subdifficilis, num quando amici novi, digni amicitia, veteribus sint anteponendi, ut equis vetulis teneros anteponere solemus. Indigna homine dubitatio! Non enim debent esse amicitiarum sicut aliarum rerum satietates; veterrima quaeque, ut ea vina, quae vetustatem ferunt, esse debet suavissima; verumque illud est, quod dicitur, multos modios salis simul edendos esse, ut amicitiae munus expletum sit. Novitates autem si spem adferunt, ut tamquam in herbis non fallacibus fructus appareat, non sunt illae quidem repudiandae, vetustas tamen suo loco conservanda; maxima est enim vis vetustatis et consuetudinis. Quin ipso equo, cuius modo feci mentionem, si nulla res impediat, nemo est, quin eo, quo consuevit, libentius utatur quam intractato et novo. Nec vero in hoc, quod est animal, sed in iis etiam, quae sunt inanima, consuetudo valet, quon locis ipsis delectemur, montuosis etiam et silvestribus, in quibus diutius commorati sumus. Sed maximum est in amicitia parem esse inferiori. Saepe enim excellentiae quaedam sunt, qualis erat Scipionis in nostro, ut ita dicam, grege. Numquam se ille Philo, numquam Rupilio, numquam Mummio anteposuit, numquam inferioris ordinis amicis, Q. vero Maximum fratrem, egregium virum omnino, sibi nequaquam parem, quod is anteibat aetate, tamquam superiorem colebat suosque omnes per se posse esse ampliores volebat. Quod faciendum imitandumque est omnibus, ut, si quam praestantiam virtutis, ingenii, fortunae consecuti sint, impertiant ea suis communicentque cum proximis, ut, si parentibus nati sint humilibus, si propinquos habeant imbecilliore vel animo vel fortuna, eorum augeant opes eisque honori sint et dignitati. Ut in fabulis, qui aliquamdiu propter ignorationem stirpis et generis in famulatu fuerunt, cum cogniti sunt et aut deorum aut regum filii inventi, retinent tamen caritatem in pastores, quos patres multos annos esse duxerunt. Quod est multo profecto magis in veris patribus certisque faciendum. Fructus enim ingenii et virtutis omnisque praestantiae tum maximus capitur, cum in proximum quemque confertur. Ut igitur ii qui sunt in amicitiae coniunctionisque necessitudine superiores, exaequare se cum inferioribus debent, sic inferiores non dolere se a suis aut ingenio aut fortuna aut dignitate superari. Quorum plerique aut queruntur semper aliquid aut etiam exprobrant, eoque magis, si habere se putant, quod officiose et amice et cum labore aliquo suo factum queant dicere. Odiosum sane genus hominum officia exprobrantium; quae meminisse debet is in quem conlata sunt, non commemorare, qui contulit. Quam ob rem ut ii qui superiores sunt submittere se debent in amicitia, sic quodam modo inferiores extollere. Sunt enim quidam qui molestas amicitias faciunt, cum ipsi se contemni putant; quod non fere contingit nisi iis qui etiam contemnendos se arbitrantur; qui hac opinione non modo verbis sed etiam opere levandi sunt. Tantum autem cuique tribuendum, primum quantum ipse efficere possis, deinde etiam quantum ille quem diligas atque adiuves, sustinere. Non enim neque tu possis, quamvis excellas, omnes tuos ad honores amplissimos perducere, ut Scipio P. Rupilium potuit consulem efficere, fratrem eius L. non potuit. Quod si etiam possis quidvis deferre ad alterum, videndum est tamen, quid ille possit sustinere. Omnino amicitiae corroboratis iam confirmatisque et ingeniis et aetatibus iudicandae sunt, nec si qui ineunte aetate venandi aut pilae studiosi fuerunt, eos habere necessarios quos tum eodem studio praeditos dilexerunt. Isto enim modo nutrices et paedagogi iure vetustatis plurimum benevolentiae postulabunt; qui neglegendi quidem non sunt sed alio quodam modo aestimandi. Aliter amicitiae stabiles permanere non possunt. Dispares enim mores disparia studia sequuntur, quorum dissimilitudo dissociat amicitias; nec ob aliam causam ullam boni improbis, improbi bonis amici esse non possunt, nisi quod tanta est inter eos, quanta maxima potest esse, morum studiorumque distantia.

Traduzione all'italiano


"Ma sorge a questo punto una questione piuttosto difficile: se mai, talvolta, le nuove conoscenze, degne di amicizia, debbano essere preferite a quelle vecchie, come siamo soliti preferire ai cavalli piuttosto vecchi quelli giovani. Dubbio indegno dell'uomo! Infatti, non deve esserci sazietà nell'amicizia, come nelle altre cose: le amicizie più antiche, come quei vini che sopportano l'invecchiamento, devono essere molto piacevoli ed è vero quello che si dice, ovvero che si devono mangiare insieme molte moggia di sale affinché si raggiunga la piena intesa (lett. "favore") dell'amicizia. Però, le novità, se portano speranza, al punto che appaia un frutto in germogli non sterili, non devono essere in vero respinte; tuttavia, quelle vecchie devono essere conservate al loro posto. E' massima, infatti, la forza di una consuetudine antica. Anzi, nel caso stesso del cavallo, di cui ho appena parlato, se niente lo impedisce, non c'è nessuno che non usi più volentieri quello a cui è abituato, piuttosto che uno non domato e sconosciuto. In realtà, la consuetudine ha forza non soltanto in questo, che è un animale, ma anche in quelle cose che sono inanimate, poiché siamo allietati dagli stessi luoghi, anche se montuosi e selvaggi, nei quali ci siamo trattenuti più a lungo. Ma nell'amicizia la cosa più importante è essere pari ad uno inferiore. Spesso, infatti, ci sono delle eccellenze, quale era quella di Scipione nel nostro, per così dire, gregge. Mai egli si antepose a Filo, mai a Rupilio, mai a Mummio, mai agli amici di grado sociale inferiore. Inoltre, onorava come un superiore il fratello Quinto Massimo, uomo egregio in tutto, ma in nessun modo pari a lui, poiché egli lo precedeva di età, e voleva che tutti i suoi cari potessero essere grazie a lui più elevati di posizione. Questo deve essere fatto e imitato da tutti, affinché, se hanno raggiunto qualche eccellenza in virtù, ingegno o fortuna, la offrano ai propri cari e la condividano con i parenti, affinché, se sono nati da genitori umili, se hanno parenti modesti intellettualmente o per condizioni economiche o poco fortunati, accrescano i loro mezzi e siano per loro fonte di onore e prestigio.
Come nelle rappresentazioni teatrali, coloro che sono stati per qualche tempo in condizione di servitù a causa dell'ignoranza della loro stirpe e provenienza, quando sono stati riconosciuti o scoperti come figli di re o di dei, tuttavia, conservano l'amicizia per i pastori che hanno creduto per molti anni essere loro padri. E questo certo si deve molto più fare trattandosi di padri veri e certi. Infatti, il frutto dell'ingegno, della virtù e di ogni eccellenza viene raccolto massimo proprio quando è condiviso con qualcuno di vicino. Come, dunque, quelli che sono superiori nel legame di amicizia o di parentela, devono mettersi alla pari con gli inferiori, così gli inferiori non devono dolersi se sono superati dai propri cari o in ingegno o in fortuna o in prestigio. Di questi, i più si lamentano sempre di qualcosa o anche rimproverano, e tanto più se pensano di avere qualcosa che possano dire di aver fatto premurosamente, amichevolmente e con qualche loro fatica. Certamente è odioso il genere di uomini che rinfaccia i favori, che li deve ricordare colui al quale vengono fatti e non colui che li ha fatti. Per questo motivo, così come coloro che sono superiori devono abbassarsi di grado in amicizia, gli inferiori devono in qualche modo elevarsi. Infatti, ci sono alcuni che ritengono le amicizie fastidiose, quando loro stessi pensano di essere disprezzati, ciò generalmente non accade, se non a coloro che si ritengono degni di essere disprezzati i quali devono essere liberati da questa opinione non solo con le parole, ma anche con i fatti. D'altronde, bisogna concedere a ciascuno in primo luogo tanto quanto tu stesso possa fare, in secondo luogo, anche quanto colui, che tu apprezzi e aiuti, possa sostenere. Infatti, tu non potresti, nonostante la tua eccellenza, elevare tutti i tuoi cari alle più alte cariche, come Scipione ha potuto rendere console Publio Rupilio, ma non ha potuto fare altrettanto per suo fratello Lucio. Che se anche potessi conferire ad un altro qualunque cosa, tuttavia, bisogna fare attenzione a che cosa egli possa sostenere. Generalmente, le amicizie devono essere decise quando ormai il carattere e l'età si siano irrobustiti e rafforzati, e non se alcuni sono stati appassionati della caccia o del gioco della palla in giovane età, devono essere considerati amici quelli che allora prediligevano perché avevano la stessa passione. Infatti, in questo modo, nutrici e pedagoghi, per diritto di anzianità, pretenderanno il più grande affetto, che certamente non devono essere trascurati, ma considerati in qualche altro modo. Infatti, differenti passioni seguono differenti abitudini, la cui diversità divide le amicizie e gli onesti non possono essere amici dei disonesti, né i disonesti degli onesti per nessun altro motivo se non quello per cui fra loro c'è tanta differenza di abitudini e passioni, quanta può essere la più grande che vi sia."