Cicerone - Laelius de amicitia - 59

Versione originale in latino


Tertius vero ille finis deterrimus, ut, quanti quisque se ipse faciat, tanti fiat ab amicis. Saepe enim in quibusdam aut animus abiectior est aut spes amplificandae fortunae fractior. Non est igitur amici talem esse in eum qualis ille in se est, sed potius eniti et efficere ut amici iacentem animum excitet inducatque in spem cogitationemque meliorem. [...] Quin etiam necesse erit cupere et optare, ut quam saepissime peccet amicus, quo plures det sibi tamquam ansas ad reprehendendum; rursum autem recte factis commodisque amicorum necesse erit angi, dolere, invidere.

Traduzione all'italiano


Invero lo stesso terzo limite è molto il peggiore, cioè che sia stimato dagli amici tanto quanto ciascuno stimi se stesso. Infatti spesso in qualcuno l'animo è troppo scoraggiato o è troppo debole la speranza di migliorare la propria sorte. Dunque non è proprio dell'amico essere verso quello come verso se stesso ma piuttosto sforzarsi e darsi da fare per risollevare l'animo abbattuto dell'amico e indurlo a speranze e pensieri migliori. [...] Sarà, inoltre, necessario desiderare e bramare che l'amico commetta errori molto spesso, per darci più occasioni per rimproverarlo; al contrario sarà inevitabile angosciarsi, addolorarsi e provare invidia per le azioni oneste e i successi degli amici.